risorse
La Repubblica democratica del Congo è un paese molto ricco di prodotti del suolo
(cocco, caffè, banane, cassava, cotone, arachidi, mais, platani – banane, olio di palma e
di mandorla, caucciù, canna da zucchero, thè, legname) e di risorse minerarie.
Principali risorse minerarie del Congo e loro distribuzione
- COLTAN: Kivu
- CASSITERITE: Kivu
- URANIO: Kivu
- DIAMANTI: Nord Kivu, Kasai
- ORO: Sud Kivu, Kasai
- RAME: Katanga, Kasai occidentale
- COBALTO: Katanga, Kasai occidentale
- MANGANESE: Kasai
- ZINCO: Katanga
- STAGNO: Katanga
- ARGENTO: Katanga
- TU NGSTENO: Katanga
- ALLUMINIO: Maniema, Katanga
Nonostante le grandi ricchezze del suolo, la Repubblica Democratica del Congo continua ad essere uno dei paesi più poveri del mondo. Secondo le stime dell’Onu, circa il 75% della sua popolazione vive con meno di un dollaro al giorno e oltre 1200 persone muoiono ogni giorno per cause legate alla povertà. Proprio le immense ricchezze minerarie – e gli altrettanto immensi appetiti internazionali, saziati attraverso la complice collaborazione di ‘attori’ (eserciti, governi e milizie) locali – sono considerate, prima di tutto dai congolesi, la causa prima dei devastanti conflitti che hanno scosso il paese negli ultimi anni e di quelli, geograficamente più ristretti ma non certo meno letali, che continuano a tenere in scacco ancora oggi alcune regioni.
Fonte: MISNA, 21 marzo 2008
Gestione delle risorse nella storia congolese
Dalla seconda metà dell’Ottocento al 1960: Leopoldo II e il dominio belga
Leopoldo II per aggirare il governo belga, che non mostrava interesse nè aveva risorse economiche e militari per un’avventura imperialista, nel 1876 fondò l’Associazione internazionale dell’Africa (poi Associazione internazionale del Congo); nel 1878 prese il giornalista Stanley al suo servizio e lo inviò nella regione congolese per stipulare contratti commerciali e diplomatici con le popolazioni dislocate nel bacino del fiume Zaire, ribattezzato Congo. In pochi anni l’agente Stanley firmò oltre 400 trattati di commercio o protettorato con i capi locali.
Nel 1885 la Conferenza dell’Africa Occidentale, meglio conosciuta come Conferenza di Berlino consegnò al monarca belga le terre esplorate da Stanley, cioè tutto il bacino del grande fiume e zone circostanti. Nasceva il Libero stato del Congo che il parlamento belga riconobbe come proprietà “esclusiva” di Leopoldo II, senza gravami sui contribuenti belgi.
Tutta la terra non coltivata fu dichiarata proprietà dello stato (cioè del re), che aveva il monopolio assoluto sulle sue risorse di valore immediato (avorio e caucciù) e sui minerali del sottosuolo, il cui sfruttamento fu concesso a varie compagnie, con accordi di affitto per 99 anni.
La scoperta del processo di vulcanizzazione della gomma e il suo impiego industriale fecero di quella colonia uno dei più grandi serbatoi mondiali di questo prodotto fondamentale per l’industrializzazione dell’Occidente. Ma occorreva mano d’opera per raccoglierlo e trasportarlo fino al mare.
Il problema fu subito risolto: tutti gli africani (ironicamente chiamati “cittadini”) furono obbligati a raccogliere il caucciù senza alcun compenso e ogni villaggio doveva consegnare agli emissari del re-proprietario una certa quota del prezioso prodotto vegetale: chi si rifiutava, o consegnava quantità minori di quelle richieste, era punito duramente, fino alla mutilazione: a chi non produceva la quota di caucciù veniva tagliata una mano o un piede; alle donne le mammelle. Contro i ribelli si ricorreva all’assassinio, a spedizioni punitive, distruzioni di villaggi, presa in ostaggio delle donne.
Nel 1908 il parlamento del Belgio votò l’annessione del Congo, denominato Congo Belga. Il governo accettò volentieri il passaggio di proprietà: l’anno prima vi era stato scoperto il primo diamante. Per guarire le ferite del periodo leopoldino, furono ripensati obiettivi e metodi della politica coloniale: fu abolito il lavoro forzato, soppressi i monopoli sui prodotti agricoli, limitata l’espropriazione delle terre appartenenti alle comunità, fu redatto un Codice del lavoro per gli addetti allo sfruttamento delle miniere. Vennero rinegoziate le vecchie concessioni e varie compagnie ricondotte sotto stretti controlli amministrativi. Ma poichè intere regioni del Congo continuarono a essere dominate dalle grandi imprese finanziarie e minerarie (Unilever, Sociètè Gènèrale du Belgique, Union Minière du Haut Katanga…), i metodi di gestione e sfruttamento non si differenziarono molto da quelli leopoldini. Dal 1919 in poi, la produzione agricola (olio di palma, caffè, gomma) delle compagnie e degli indigeni, lo sviluppo delle miniere di rame del Katanga e la scoperta dei diamanti assicurarono un bilancio commerciale favorevole alla colonia: ciò permise di attuare miglioramenti sociali in settori come istruzione, sanità, abitazione. Erano, però, provvedimenti del tutto paternalistici: servivano a formare aiutanti più sani e adeguati nello sfruttamento del paese.
Fonte: “Congo, il genocidio dimenticato. Dalla seconda metà dell’Ottocento al 1960″ di Benedetto Bellesi (direttore di Missioni Consolata), da “Le mani sul Congo”, numero monografico ottobre/novembre 2004
1960 – fine anni ’90: Mobutu
Nazionalismo, rivoluzione, autenticità erano i temi fondamentali del “mobutismo”. Il nazionalismo, inteso come raggiungimento dell’indipendenza economica, sfociò in un ampio programma di africanizzazione, nazionalizzando le imprese straniere, cominciando da quelle del settore minerario.
L’ambizioso programma di sviluppo lanciato da Mobutu non diede risultati soddisfacenti e rivelò tutte le sue contraddizioni, tanto che nel 1976 il dittatore riammise le imprese straniere. Lo Zaire rimase dipendente dai proventi derivanti dalle esportazioni del rame e il calo del suo prezzo sui mercati internazionali provocò l’aumento vertiginoso del debito estero, che nel 1980 superò i 4 miliardi di dollari.
La corruzione a tutti i livelli e il saccheggio delle ricchezze del paese (per cui il regime di Mobutu venne sarcasticamente definito una “cleptocrazia”) aggravarono la crisi economica, che agli inizi degli anni ’90 raggiunse il culmine. Il dittatore era considerato tra i più ricchi del mondo, grazie all’avidità con cui depredava le fortune della sua nazione: il suo patrimonio “liquido” era stimato in 4 miliardi di dollari (pari al debito estero del paese), senza contare partecipazioni azionarie e beni immobiliari.
Fonte: “Mobutu, il regime indifendibile” di Alessio Antonini, 12 aprile 2005, letto sul sito www.kimbau.org (Peacelink)
1996 – 2003: Kabila e le guerre in Congo
Nel 1997 Kabila entrò trionfalmente a Kinshasa. Prima di partire alla conquista della città, Kabila aveva firmato contratti miliardari preventivi per lo sfruttamento minerario di estensioni enormi di territorio (prima ancora che queste passassero sotto il suo controllo) con alcuni i paesi limitrofi Ruanda e Uganda e con i grandi importatori occidentali di minerali. Americani, ovviamente, ma anche belgi, inglesi, tedeschi, giapponesi, russi, kazaki, israeliani, persino pachistani.
Fu talmente frenetica la corsa contro il tempo da parte delle grandi multinazionali che, un mese prima della caduta di Kinshasa, così cominciava l’articolo dell’inviato del New York Times: “La pista dell’aeroporto di Lubumbashi è piena di jet privati. è sbarcata una quantità incredibile di manager di compagnie minerarie. Stanno firmando contratti di favore, malgrado la totale incertezza circa il futuro. L’unico albergo decente della città è diventato il loro quartier generale”.
Nel maggio del ’98 Laurent Kabila dichiarò di voler favorire le industrie e le società della neonata Repubblica Democratica del Congo. Dichiarazioni che misero immediatamente in allarme le grandi corporations occidentali. Tre mesi dopo, nell’agosto del 1998, Ruanda e Uganda invasero di nuovo il Congo, ma stavolta, gli alleati si erano trasformati in nemici di Kabila. Avevano creato dal nulla un nuovo gruppo ribelle, da loro interamente armato e finanziato. E, nemmeno a dirlo, le popolazioni delle regioni di Kivu e Ituri videro di nuovo atterrare, sulle piste nel mezzo della giungla, gli stessi jet privati con gli stessi manager occidentali, che stavolta venivano a rinegoziare contratti e concessioni di favore con i nuovi leader ribelli.
Le statistiche indicano una forte crescita delle esportazioni ruandesi di minerali dal 1997, data dell’arrivo dell’esercito ruandese sul territorio congolese. Aumentò l’esportazione dell’oro; idem per il coltan che non superava le 54 t nel 1995 (il Ruanda esportava modiche quantità di coltan estratte dal suo territorio) e, che nel 1998, raggiunse 224 t. Sempre il Ruanda, che non possiede miniere di diamanti, esportò 30.000 carati nel 2000 per un valore finanziario di 2 milioni di dollari.
Anche l’Uganda aumentò le sue esportazioni d’oro dalle 3 tonnellate del 1995 alle 10 tonnellate del 2001, senza avere un solo giacimento d’oro sul suo territorio. Kampala, capitale dell’Uganda, vendette nel 1999 70 tonnellate di coltan contro appena 2,5 t nel 1997. L’esportazione di diamanti si decuplicò nel giro di due anni fino a raggiungere un valore finanziario di 1,8 milioni di dollari. Stessa impennata subirono le esportazioni del caffè, del legname o della cassiterite (minerale del gruppo degli ossidi, da cui si estrae lo stagno).
La questione dello sfruttamento incontrollato delle risorse congolesi è di gravità tale da aver coinvolto anche l’ONU che pubblicò prima nel maggio 2001 poi nell’ottobre 2002 due rapporti che accusavano le compagnie impegnate nello sfruttamento delle risorse naturali del paese africano di favorire indirettamente il prosieguo della guerra (è possibile leggere Press Release SC/7057 “Security council condemns illegal exploitation of Democratic Republic of Congo’s natural resources”1 e Press Release SC/7547 “Security council is told peace in Democratic Republic of Congo needs solution economic issues that contributed to conflict”2).
Questi due rapporti furono alla base di una condanna di ordine generale da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, nel 2003, in merito allo sfruttamento delle risorse naturali della Repubblica Democratica del Congo (è possibile leggere Press Release SC/7925 “Security council condemns continuino exploitation of natural resources in Democratic Republic of Congo”3).
Lo sfruttamento delle risorse minerarie non era solo la causa del conflitto ma anche la principale fonte di finanziamento dei gruppi armati “ribelli”: i proventi della vendita dei minerali servivano infatti a pagare i soldati e ad acquistare nuove armi.
La sconvolgente conclusione dei rapporti ONU è la seguente: “Le grandi multinazionali minerarie sono state il motore del conflitto ancora in corso, e hanno preparato il terreno per le attività illegali e criminali di estrazione nella Repubblica Democratica del Congo”.
Fonte: Il Mattino, 8 luglio 2006 (visto su www.terrelibere.org);
“La guerra nel paese dell’oro e dei diamanti” di Jean Léonard Touadi (visto su www.volint.it);
www.un.org:
1 http://www.un.org/News/Press/docs/2001/sc7057.doc.htm
2 http://www.un.org/News/Press/docs/2002/sc7547.doc.htm
3 http://www.un.org/News/Press/docs/2003/sc7925.doc.htm
Il dopo-guerra
Numerosi rapporti di associazioni internazionali sottolineano a che punto il saccheggio delle risorse ha proseguito anche dopo la fine ufficiale delle ostilità nel 2003. Uno degli effetti collaterali di questo grande traffico clandestino di minerali (soprattutto coltan, ma anche cassiterite o diamanti) rimane il mercato delle armi che finisce per alimentare i microconflitti presenti nella regione del Kivu. Gli sfruttatori infatti molto spesso sono piccoli e grandi gruppi di ribelli (o pseudo tali) che per mantenere il controllo sulle miniere non esitano a fare largo uso di armi. I minerali vengono spesso pagati con la fornitura di armi, le quali a loro volta vengono rivendute ad altri gruppi ribelli, sia congolesi che ruandesi e ugandesi. I ribelli fedeli al generale dissidente Laurent Nkunda – coinvolto in azioni armate in Nord e Sud Kivu negli ultimi cinque anni dopo la fine ufficiale del conflitto congolese – e le Forze democratiche di liberazione del Ruanda (Fdlr), movimento d’opposizione ruandese (illegale in patria) presente nell’est del Congo dai tempi del genocidio del 1994, sarebbero i principali responsabili.
Sanzioni e provvedimenti internazionali vengono chiesti contro le aziende che acquistano minerali nelle zone sotto il controllo di gruppi armati nell’est della Repubblica democratica del Congo, - alimentando il conflitto in Kivu – nell’ultimo rapporto (febbraio 2008) presentato al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dal gruppo di esperti incaricato di verificare l’applicazione del bando sulle armi imposto dall’Onu. Nel rapporto si sottolinea come molte delle miniere esistenti nelle turbolente province del Nord e Sud Kivu siano sotto diretto controllo dei gruppi armati illegali e siano “tassate” da quest’ultimi.
Fonte: www.secondoprotocollo.org
MISNA, 29 febbraio 2008
Dal 2006 a oggi: il dopo-elezioni
A causa del contrabbando a grande scala e alla firma, durante le guerre, di contratti minerari negoziati in condizioni sfavorevoli per gli interessi della nazione, le risorse congolesi non riportano allo Stato che 13 milioni di dollari l’anno: il settore minerario arricchisce le reti illegali e un certo numero di imprese straniere.
Nell’aprile del 2007 è stata creata una commissione che aveva il compito di esaminare i contratti tra governo e società minerarie e il loro impatto sulle stesse imprese e sullo sviluppo del paese, al fine di rinegoziare eventualmente i contratti sfavorevoli per la nazione.
Il processo di revisione degli ingiusti contratti minerari viene chiesto e sostenuto dalla società civile e dai Vescovi. Questi i punti centrali del Messaggio del Comitato permanente della Conferenza Episcopale della Repubblica Democratica del Congo, presentato nel febbraio 2008: “I conflitti d’interesse dei gruppi economici, eventualmente sostenuti dai loro Stati, per lo sfruttamento delle risorse naturali della RDC, non costituiscono una delle ragioni dell’insicurezza del nostro territorio?” si chiedono i Vescovi. “Lo sfruttamento delle risorse naturali non finisce di sollevare gravi problemi di sovranità, di giustizia, di legalità, di rispetto delle popolazioni e dell’ambiente” continua il documento. “Appoggiamo il processo di revisione dei contratti ingiusti ed esigiamo dai governi stranieri e dalle istituzioni finanziarie internazionali di rispettare questo processo. Chiediamo al nostro governo di rendere chiaro e trasparente il quadro giuridico della stipulazione dei contratti minerari e forestali. Le imprese minerarie e forestali devono rispettare gli obblighi in materia sociale e ambientale”.
Nel marzo 2008 sono state rese pubbliche le conclusioni della commissione ministeriale incaricata della revisione dei contratti minerari. Di seguito vengono riportate gli articoli di MISNA a riguardo:
CONTRATTI MINERARI VANNO RINEGOZIATI, IL PAESE RIVUOLE LA SUA RICCHEZZA
(del 21 Marzo 2008)
Tasse non pagate allo stato, ma anche marginalizzazione dei rappresentanti pubblici nelle strutture miste e mancato rispetto degli obblighi sociali e ambientali sottoscritti: queste le principali cause che hanno portato la Commissione governativa incaricata di studiare i contratti di concessione forniti ad aziende internazionali per lo sfruttamento dell’immenso tesoro minerario della Repubblica democratica del Congo a chiedere oggi la ridiscussione e la rinegoziazione dei primi 61 contratti presi in esame finora. La Commissione – diretta da Alexis Mikandji, direttore di gabinetto del ministero delle Miniere, coadiuvato da esperti internazionali – ha annunciato quindi che in tutti i contratti presi in esame andranno rinegoziati i rapporti tra le società pubbliche da un lato e le aziende straniere dall’altro. In totale, secondo le stime correnti, 642 aziende di ogni angolo del pianeta (tra cui spiccano giganti del calibro della BHP Billiton, de Beers per i diamanti, dell’ Anglogold Ashanti per l’oro, della Tenke-Fungurume per il rame) si spartiscono attualmente le 4.542 concessioni ‘ufficiali’ fornite negli anni dal governo. Cifre a cui andrebbero poi aggiunte tutte quelle attività minerarie illegali e non censite che negli anni hanno fatto la fortuna di gruppi armati e delle grandi aziende internazionali che con questi trattavano, spesso pagandoli in armi. “Il governo congolese intende ormai assicurare una gestione efficiente e un controllo adeguato del settore minerario, in modo che le miniere congolesi portino pieno e reale profitto alla nazione” ha affermato la Commissione nel documento diffuso in serata.
RISORSE MINERARIE: NOMINATO COMITATO REVISIONE CONTRATTI (del 27 Marzo 2008)
è stato nominato il comitato incaricato dal governo della Repubblica democratica del Congo di rinegoziare i termini dei contratti per prospezioni e sfruttamento minerario siglati nel corso degli ultimi anni con aziende locali e internazionali, dopo che sono emerse palesi e flagranti violazioni ai danni delle casse pubbliche. Nel riportare la notizia, la stampa congolese precisa che il comitato sarà composto da otto membri tutti scelti dal governo. Annunciando la nascita dell’organismo, il ministro delle Miniere, Martin Kabwelulu, ha precisato che il comitato si avvarrà del sostegno di alcuni consulenti esterni, locali e internazionali, e procederà all’esame di ogni singolo caso, ascoltando le ragioni delle parti contraenti e procedendo poi a un “riaggiustamento” dei contratti. La diffusione, nei giorni scorsi, delle prime conclusioni della Commissione governativa incaricata di studiare i contratti di concessione per lo sfruttamento dell’immenso tesoro minerario del paese ha portato alla sospensione di tutti i primi 61 contratti presi in esame finora perchè giudicati non conformi agli accordi. Il lavoro della commissione ha confermato quello che tutti i congolesi sapevano, ovvero che l’industria mineraria, locale ma soprattutto quella internazionale, si è approfittata del conflitto in corso negli anni scorsi del paese (“col concorso complice di funzionari corrotti”, precisano alcuni) per commercializzare i minerali congolesi senza che il paese ne traesse alcun beneficio.
Fonte: “Congo Attualità”, n° 64 (27 dicembre 2006), visionabile sul sito www.chiamaafrica.it;
MISNA, 11 novembre 2007, 21 e 27 marzo 2008;
LM, Fides, 13 febbraio 2008, letto sul sito www.missionaridafrica.org
Stampa pagina

Perchè? Cosa ci sta sotto?





