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	<title>.: Twende :. &#187; Missionari</title>
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	<description>Andare è solo l&#039;inizio</description>
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		<title>Proposta con on. Soliani</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Jan 2009 12:37:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Cari Amiche e Amici, ieri alcuni fra noi residenti a Parma ci siamo incontrati con la senatrice on. Albertina Soliani, originaria della zona e da tempo attenta  alle vicende della Regione dei Grandi laghi africani, per una comunicazione e scambio sulla situazione nella Repubblica Democratica del Congo, alla ricerca di vie per un coinvolgimento maggiore [...]]]></description>
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<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Cari Amiche e Amici,<br />
<!--[if !supportLineBreakNewLine]--><!--[endif]--></span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">ieri alcuni fra noi residenti a Parma ci siamo incontrati con la senatrice on. Albertina Soliani, originaria della zona e da tempo attenta  alle vicende della Regione dei Grandi laghi africani, per una comunicazione e scambio sulla situazione nella Repubblica Democratica del Congo, alla ricerca<br />
di vie per un coinvolgimento maggiore ed efficace delle nostre Autorità e attraverso esse dell&#8217;Europa per una soluzione rapida della crisi.<br />
L’on. Soliani ci ha detto tra l&#8217;altro che per interloquire più facilmente con le Autorità politiche, è importante partire dal collegamento più ampio possibile fra le realtà della società civile, italiane e congolesi, che seguono la situazione nella RDCongo.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Insieme queste associazioni possono chiedere un incontro con l’on. Antonio Frattini,<br />
Ministro degli Affari Esteri, e con le Commissioni Affari Esteri di Camera e Senato. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Se il collegamento prende corpo, si può anche organizzare un incontro pubblico tra politici e Società civile sulla realtà congolese e altre iniziative.<br />
Il dramma della popolazione dell&#8217;est della RDCongo continua, inenarrabile, tra fame, stenti, morti<br />
senza numero, e, secondo non pochi osservatori, questo non è che l&#8217;inizio di una nuova guerra in cui il peggio deve venire. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Scriviamo a voi perché come noi non riuscite a tollerare di lasciar scorrere gli<br />
eventi e osate pensare che sia possibile fare qualcosa per mettere fine a questa immane sofferenza e aprire per l&#8217;est della RDCongo, per tutto il Congo e per gli altri Paesi della Regione giorni di vera pace.<br />
In diversi momenti ci siamo incontrati con alcuni di voi: ne sono nati appelli e diverse iniziative comuni, abbiamo anche cercato degli incontri con le Autorità. Ora vi scriviamo di nuovo e allarghiamo l&#8217;invito, invitando anche voi ad estenderlo ad altre associazioni interessate.<br />
Sappiamo che molte persone, gruppi, italiani e congolesi, si stanno muovendo per questo scopo. E&#8217; importante che ci colleghiamo, che procediamo insieme, accordandoci su alcuni aspetti essenziali che faranno il contenuto della nostra richiesta di incontro con le autorità italiane.<br />
<!--[if !supportLineBreakNewLine]--><br />
<!--[endif]--></span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Per questo vi chiediamo:<br />
- siete disposti a questo<span> </span>collegamento?<br />
- in caso positivo, che ne dite se ci incontriamo? Una<br />
proposta: <strong>domenica 18 gennaio alle ore 15,00 a</strong> Bologna potrebbe andare<br />
bene? Se no, che cosa proponete? Dateci anche i vostri numeri di<br />
cellulare, affinché arriviamo rapidamente a un consenso su data e<br />
luogo.</span></p>
<p>Un fraterno saluto e un Anno di Pace per noi e per il mondo<br />
Teresina Caffi<br />
Pace per il Congo<br />
Strada Cavestro n°16  Loc. Vicomero 43056<span> </span>– Torrile (PR) tel/fax : 0521.31.42.63;   tel.: 0521.31.42.88 (p. Silvio)E-mail : <a href="mailto:muungano@libero.it">muungano@libero.it</a></p>
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		<title>P. ALDO VAGNI</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Dec 2008 14:09:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Bacheca]]></category>
		<category><![CDATA[Missionari]]></category>
		<category><![CDATA[aldo]]></category>
		<category><![CDATA[congo]]></category>
		<category><![CDATA[saveriani]]></category>
		<category><![CDATA[vagni]]></category>

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		<description><![CDATA[Twende ricorda Padre Aldo Vagni deceduto il 14.12.2008. Pioniere delle missioni saveriane nella Repubblica Democratica del Congo ha dedicato l&#8217;intera vita ai poveri e agli ultimi facendo del servizio e della carità il suo stile di vita. L&#8217;intervista che ci ha rilasciato: DOMANDA: QUANTO TEMPO è STATO IN AFRICA E QUALI SENTIMENTI E QUALI IDEE [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Twende ricorda Padre Aldo Vagni deceduto il 14.12.2008.</p>
<p>Pioniere delle missioni saveriane nella Repubblica Democratica del Congo ha dedicato l&#8217;intera vita ai poveri e agli ultimi facendo del servizio e della carità il suo stile di vita.<br />
<strong>L&#8217;intervista che ci ha rilasciato:</strong></p>
<p><em><span style="text-decoration: underline;">DOMANDA:</span> QUANTO TEMPO è STATO IN AFRICA E QUALI SENTIMENTI E QUALI IDEE AVEVA PRIMA DI PARTIRE E NEI PRIMI TEMPI NEL CONTINENTE AFRICANO E COSA è CAMBIATO?</em><br />
<strong>RISPOSTA:</strong> Prima di entrare nella congregazione saveriana ero qui a Senigallia, sono marchigiano, provincia di Ancona, là sulla collina. Pensavo di farmi sacerdote diocesano poi verso il IV o V ginnasio hanno incominciato a venire i padri comboniani e sono venuti anche dei padri saveriani e questi padri ci dicevano &#8220;vedete voi qui siete molti, nella vostra diocesi ogni parrocchia, anche piccola, ha due o tre sacerdoti, noi giù (in Africa) non possiamo andare ovunque perchè siamo troppo pochi. Noi abbiamo molte conversioni, siamo sicuri che gli africani sono interessati alla parola di Cristo e si convertirebbero in massa se noi sacerdoti fossimo di più, se fossimo più numerosi.. e poi ci invitavano, ma voi qui cosa farete? Perchè non venite a dare una mano? E piano, piano poi, con il mio padre spirituale, ho iniziato a riflettere. Piano, piano mi hanno fatto capire &#8220;guarda che il Signore ti chiama&#8221;.<br />
Finito il V ginnasio dice (padre spirituale) &#8220;tu adesso stai qui, cerca di studiare, di pregare, e non dire niente&#8221;&#8230; intanto i missionari continuavano a venire ed era anche venuto un padre dalla Cina, che si era tagliato la lingua in prigione perchè aveva paura che sotto le percosse o le medicine gli facessero confessare il nome dei cristiani perchè li volevano ammazzare. <strong>Mi sono accorto che quello aveva dato tutto, la sua lingua, la vita ma era contento, parlava male ma si capiva che.. bruciava proprio d&#8217;amore per il Signore, per i fratelli&#8230; alla fine ho deciso e sono partito&#8230;</strong> sono andata a San Pietro in Vincoli (Ravenna). Ho fatto un anno di noviziato poi la teologia a Piacenza e siccome la nostra congregazione aveva soltanto in Sierra Leone.. eee, a me non interessava, io volevo andare in Africa, non so perchè.. mi hanno fatto vedere questi film con tutta questa gente, con queste masse, e ho pensato &#8220;io potrei essere utile. Sono partito per l&#8217;Africa.<br />
I miei superiori mi hanno mandato, sacerdote nel &#8217;57, ordinato qui, in un&#8217;altra casa ma qui in Ancona.. ho fatto l&#8217;economo, ho fatto un pochino l&#8217;animatore. Poi il nostro padre generale ha cercato una missione con lo scopo di dare un terreno fertile perchè tutte le altre missioni sono in campi sono in terre musulmani.<br />
E ha scelto il Congo. Una volta, tornato da una di questi incontri alle due del mattino di notte, ho travato sulla porta mia un biglietto, mi sono accorto che era la scrittura del mio padre generale e ho pensato che potesse essere una bella notizia. Aveva numerato tutti i padri, io ero il più giovane, &#8220;ho la gioia di comunicarvi che siete destinati tutti in Congo, liberatevi dai vostri posti di lavoro, alla fine di giugno venite a Piacenza per fare un corso accelerato di francese..&#8221; Mi è passata subito la stanchezza.. vedevo che era proprio la scrittura sua.<br />
<strong>E mi sono preparato proprio con tanta gioia. Io considero questo: la vocazione missionaria è proprio un grande dono di Dio. Infatti anche il nostro fondatore, Beato Conforti, ha usato questa espressione &#8220;Dio non poteva essere più buono con noi&#8221;</strong> e di questo io sono convinto anche adesso. Poi sono partito , tutto è andato liscio, sono andato a prendere l&#8217;aereo a Roma con gli altri 4 confratelli, 2 erano già andati giù.<br />
Quando ho detto a mio padre che mi facevo missionario, ho visto che ha sofferto molto, l&#8217;ho visto piangere mio padre, perchè, lo consideravo sempre con la bacchetta se non stavi attento&#8230; e si è messo a piangere, mi sono accorto che mi voleva bene, che questo mio partire gli causava un grande dolore. E allora lui mi è voluto accompagnare a Roma, io avevo detto anche a mamma di non venire, perchè se no lassù c&#8217;è il pericolo che ti prendi qualcosa di grave. C&#8217;era la casa di mio fratello, allora lavorava a Roma. Siamo partiti verso le 10 perchè, mi pare, alla 1 o alle 2 c&#8217;era l&#8217;aereo per partire, via Il Cairo, c&#8217;era la tappa a Il Cairo, poi si arrivava a Bujumbura. Da Bujumbura, poi siamo andati a Bukavu. E li, quando stavo per partire, mio padre mia ha abbracciato, ripeto, mio padre non era tanto un uomo affettuoso e mi ha detto, &#8220;Marco arrivederci in paradiso&#8221;. Io devo dire sono salito sull&#8217;aereo e sono sceso a Il Cairo verso le 8.. Ho avuto una <em>sbornia</em>. Ho pensato di aver sbagliato tutto, mi crollava tutto addosso. Il giorno dopo arriviamo a Bukavu, dopo un giorno di permanenza a Bukavu, insieme ai padri bianchi, siamo stati portati a due e due nelle nostre missioni dove eravamo già stati programmati da qui dall&#8217;Italia e proprio là, quando sono arrivato, là cerano i padri bianchi. Noi dovevamo lavorare un anno insieme a loro, vedere come facevano. Mi portano a vedere un villaggio Njamugo, si chiama, molto grande. E vedere tutti questi bambini, sporchi, stavo per dire <em>maleducati</em> ma è tutta un&#8217;altra cultura, mi toccavano, così, ma chi sono? Sono capitato in mezzo a un branco di animalacci selvatici. Ho avuto una <em>sbornia</em>, e questa <em>sbornia</em> mi è passata dopo tre giorni. Mi sono messo a lavorare e mi sono accorto che io non avrei fatto niente, un fallimento della mia vita, se non avessi imparato la lingua locale, il kiswahili. Mi sono messo a studiare, giorno e notte, a volte andavo a dormire alle 2 di notte proprio per studiare, quanto prima. Allora non c&#8217;erano i corsi speciale, scuole; il superiore della missione lì, era un padre fiammingo, è venuto lì in camera mia il giorno dopo che ero arrivato, ancora non mi ero fatto il bagno, non mi ero cambiato, la veste bianca era tutta sporca, dice, &#8220;padre io ti comunico che tu adesso sei l&#8217;economo qui della missione, della parrocchia&#8221;. Beh, ho cercato di dire qualche cosa, perchè anche in francese ne masticavo poco&#8230; <em>&#8220;Pas de problems&#8221;</em>, niente difficoltà, per imparare il kiswahili bisogna buttarsi nell&#8217;acqua. Vuoi impara a nuotare, ti butti nell&#8217;acqua e non occorre nessuna scuola, e così ho fatto. Dopo tre mesi seguivo proprio questo superiore, eravamo in un piccolo safari, e alla sera sento che il catechista locale responsabile della comunità in cui eravamo, parlava, parlava, parlava.. non ci capivo niente allora, dicevo &#8220;ma io non ce la farò mai a imparare questa lingua&#8221;. Dopo una settimana da allora, comincio a sentire qualche cosa. Quello che a me faceva difficoltà è che a volta ti dicevano delle cose cos&#8217;evidenti che.. per esempio accompagnavo il nostro cuoco al mercato per prendere da magiare e visto che io non sapevo parlare gli davo i soldi e lui mi diceva quanto spendeva per ogni prodotto e prima di salire sulla macchina mi ridava tutto. Sono arrivato a casa mi comincia a dire, in kiswahili, &#8220;dunque questa mattina siamo andati al mercato, tu guidavi la macchina e io ero di fianco a te, siamo arrivati al mercato tu mi hai detto di comprare la carne, io sono andato e ho speso tot, poi siamo tornati a casa, ti ho dato il resto e tu mi hai detto che andava bene..&#8221; Allora io dico va bene, ma vuol dire che io non capisco niente di quest&#8217;uomo, che cosa mi voleva dire? Vado dal padre bianco e dico che io non ce la faccio a imparare il kiswahili, e gli racconto tutto quello che è successo. &#8220;Ma no -dice lui- tu il kiswahili lo stai imparando, devi conoscere la sua mentalità, lui è un nostro servo e ti vuole dire che ha le carte tutte in regola, che ha fatto tutto quello che tu gli hai detto e che spera di accontentarti&#8221;. Io non ci avrei mai pensato.<br />
Terminato l&#8217;anno in cui sono stato con i padri bianchi, questi si sono ritirati, iniziavano a essere un po&#8217; in difficoltà. Noi siamo arrivato nel ottobre del &#8217;58, nel &#8217;60 è stata proclamata l&#8217;indipendenza dal Belgio&#8230; allora vedevo i belgi, erano bianchi, detestati perchè considerati gente che li aveva sfruttati, io non prendevo parte a questa mentalità. A un certo punto loro si sono ritirati, secondo i patti, c&#8217;eravamo io e il superiore, che poi è diventato vescovo, Monsignor Catazzi; siamo rimasti noi due soli in una parrocchia, poi una parrocchia molto grande, avevo già visitato delle succursali molto lontani, da solo o insieme al superiore padre bianco.. e mi sono accorto che c&#8217;era tanto da fare. Oramai il kiswahili lo capivo bene, l&#8217;omelia, la facevo scritta in lingua, avevo già iniziato le confessioni, nessuna difficoltà a capire e farmi capire. Un giorno Monsignor Catazzi, che era il superiore, e, forse sperava di diventare vescovo, mi dice che lui si ritira. E qui il parroco chi è che lo fa? E lo fai tu, mi risponde. Avevo 28 anni, ma no! &#8220;Guarda la prima cosa qui- disse- è obbedire&#8221;. E quindi farò quel che posso fare.<br />
Mi sono trovato là, andavo nei villaggi, ormai avevo iniziato a capire che bisognava organizzare il catecumenato. Allora c&#8217;era la scuola cattolica finanziata dallo stato, per cui i maestri erano ben pagati, non come adesso; i padri bianchi gli avevano imposto, oltre a fare la religione nella scuola per un&#8217;ora al giorno, dovevano fare due volte la settimana, una ora/una ora e mezza, il catechismo per gli adulti, quelli che non seguono la scuola, per prepararli. Questi catechisti erano stanchi, cercavano lavoro, magari qualcuno riusciva a bersi una bottiglia di birra in più; poi andavano a fare catechismo. Qualche volta in ritardo, qualche volta non ci andava mai, qualche volta mezzi brilli, per cui la gente non ci andava più. Proprio lì a Mulonjwe, io ho incontrato 24 catecumeni, 4 o 5 giovani, 2 o 3 ragazzi, mi pare un vecchio.. 24.. è grande quel paese lì, molto esteso, avrà avuto 30 mila abitanti, e mi sono accorto di questo: che bisognava trovare dei catechisti e magari dargli una piccola mancia per ringraziarli e gli ho detto &#8220;voi siete liberi di farlo o non farlo, ditemi chi è disposto a fare questo catechismo fuori dalla scuola. Non abbiate paura che io non mi arrabbio &#8211; perchè il superiore è anche il superiore della scuola, anche se poi i soldi arrivavano dallo stato ma attraverso la diocesi-. E mi ricordo che avevamo una 30ina di maestri, 5 mi hanno dato la disposizione, gli altri no. Io ho detto &#8220;Benissimo, state tranquilli voi che io non mi vendico. Fate bene la scuola, se non insegnate e, insomma, arrivate sempre ubriachi, beh, insomma, sarete licenziati.<br />
Bene, dopo un anno, soltanto lì a Mulonjwe, avevo 850 catecumeni, e c&#8217;erano anche dei vecchi che poverini dovevano andare là con dei ragazzi.. allora mi sono detto che dovevo sistemare le cose, ho preso tutti i ragazzi fino alle V elementare, un gruppo di vari catechisti. Poi i giovani delle scuole superiori, intellettuali, un altro gruppo. Poi la gente normale altri gruppi. E siccome poi c&#8217;erano i vecchi, poveretti, il catecumenato era 4 anni, pensa a questi poveri vecchi che dovevano aspettare 4 anni, dicevano: &#8220;noi saremo battezzati in paradiso..&#8221; e allora avevo esposto al vescovo queste difficoltà e ha ridotto per tutta la diocesi gli anni di catecumenato da 4 a 2. E con questi vecchi, ho riempito le stanze, perchè anche loro, se avevano un po&#8217; di forze, sapevano di poter essere battezzati prima di morire. E questo non soltanto a Mulonjwe, ma anche a Kavinvira, e poi sulla montagna.. per cui mi sono trovato con 3000 catecumeni.. e questo dava gioia perchè non ti dava tempo di occuparti di altre cose o di guardare i sacrifici che dovevi affrontare.<br />
è stata una gioia per me. Poi è arrivata una prova molto brutta quando un giorno è arrivato il nostro padre regionale, che abitava in Burundi. E&#8217; arrivato verso le 3 del pomeriggio e stavamo per partire per fare il catecumenato e dice &#8221; ti piacerebbe fare l&#8217;economo generale della diocesi?&#8221; e io gli rispondo &#8220;no, padre, per carità, io non ne voglio sapere&#8221; e lui ha cercato di convincermi, ma io proprio non volevo. Poi dice &#8220;ti ricordo che tu hai fatto il voto di obbedienza quindi mi devi obbedire&#8221; io rispondo &#8220;ma tu mi hai chiesto se mi piaceva e io ti ho detto la verità, che non mi piace. Se tu adesso mi dici, ti comando di lasciare la parrocchia e venire a prenderti l&#8217;economato, accetto perchè non voglio rinnegare quello che ho detto&#8221;.<br />
E da lì mi hanno affidato all&#8217;economato generale. Era molto difficile l&#8217;economato generale.. voi avete mai sentito parlare di Kamituga? Forse voi non siete andate su quelle strade.. sono inimmaginabili quelle strade, ogni anno andavano sempre peggio per la pioggia, per cui era difficile camminarci, soltanto con i fuoristrada.. vi siete accorti che laggiù tutte queste vetture che ci sono qui non possono stare? Tutti hanno dei fuori strada: Jeep, Land Rover oppure Toyota.. soprattutto i nostri confratelli a Kamituga, dovevo organizzarli. Non avevano il carburante per viaggiare nella loro missione, cibo, materiale per la scuola, materiale per il centro sanitario dove c&#8217;erano le suore, tutto bisognava portare su. E piano, piano mi sono organizzato. Alla fine avevo 8 camion, FIAT, un Volvo, poi avevo trovato anche un camion a trazione anteriore. Noi alle volte andavamo con 5, 6, 7 camion, avevo degli autisti molto bravi, facevamo anche 10 chilometri in un giorno di strada perchè non si passava, si scivolava&#8230; intanto bisognava aspettare che smettesse di piovere perchè altrimenti non si avanzava. Poi finita la pioggia noi prendevamo i badili, si raschiava la strada, si portava via la melma, poi ancora era un po&#8217; umido, si andava dove c&#8217;era la terra non bagnata, sotto, si prendeva con dei sacchi si spolverava la strada. Fatto questo si provava a partire.. voi capite che si era tutti bagnati tutti sporchi, ecc, voi capite che se c&#8217;era davanti questo con doppia trazione avanti e dietro, lui trascinava gli altri camion nelle zone più difficili.. capite bene che io l&#8217;ho detto in due minuti ma lì si passavano anche delle mezze giornate.. ma d&#8217;altronde se non si faceva così non c&#8217;era modo di avanzare. Poi incontravamo delle altre difficoltà, nelle varie strade incontravamo questi camion stracarichi, avete visto? Si, da tutti le parti.. molte volte molti loro camion non avevano la batteria. Il camion si arenava, si fermava e allora aspettavano la fortuna. E siccome tutti questi commercianti mi conoscevano, questo europeo con i camion, questo <em>muzungu</em>, adesso, se vuole passare mi deve dare la batteria.. e se a me premeva passare li aiutavamo, non c&#8217;era altro da fare. Andavo con i miei autisti &#8211; perchè su ogni camion c&#8217;era l&#8217;autista e l&#8217;assistente autista apposta per resistere la fatica &#8211; in ogni caso, dovevamo aiutarli altrimenti non si passava.. non si passava!</p>
<p><em><span style="text-decoration: underline;">DOMANDA:</span> LEI CI SA DIRE COME MAI CI SONO TUTTE QUESTE GUERRE?</em><br />
<strong>RISPOSTA:</strong> Faccio una premessa per dire perchè tutte queste guerre ecc.. soprattutto lì nella provincia del Kivu, Bukavu è la capitale, poi dopo c&#8217;è dall&#8217;altra parte Goma, più in basso c&#8217;è Uvira, ed è una delle regioni più ricche di tutto il Congo. Non so se voi avete viaggiato verso Kamituga , c&#8217;è l&#8217;oro, più a sud c&#8217;è il regione del Katanga, è la seconda produttrice di rame sul campo mondiale, poi ci sono i diamanti, e adesso hanno scoperto il coltan.. che è per un europeo, un bianco, un americano, una cosa molto importante. Se non c&#8217;è il coltan non si va avanti.. oltre a metterli negli apparecchi di comunicazione, è importante il coltan, e lì è la prima volta che l&#8217;hanno scoperto, nelle navicelle spaziali, quando ritornano nell&#8217;atmosfera, hanno lo scudo davavanti, fatto proprio con il coltan, capace di sopportare 5000 gradi di calore! Anche lì dentro (indicando la telecamera) e nei vostri cellulari ce ne mettono una quantità più sottile di un capello, ma questo basta per neutralizzare le altre onde magnetiche, che non vadano a influire i vari campi. E questo è molto importante.<br />
Cosa voglio dire con questo? Quando c&#8217;è una regione così a tutti fa gola, tutti vorrebbero andare là! Vi dico una sciocchezza, mio padre, quando eravamo piccoli, ci diceva di stare attenti a non prendere le donne belle, pechè poi tutti ve la vogliono rubare! Scusate.. è banale questo, ma capite cosa voglio dire.. Vedete il Rwanda, il Burundi, nessuno ve li toccherà.. non hanno neanche la legna sufficiente per cucinarsi da mangiare!! E chi è che va là?? Uno va là per altri motivi.. E invece nel Congo tutti ci vogliono venire.. perchè portano a casa&#8230;&#8230;<br />
Il Rwanda, in un anno, ha portato via 25 tonnellate di coltan!!!!!! Che gli ha fruttato! C&#8217;aveva lì nel Congo, nel Kivu, 25 mila soldati.. capite 25 mila soldati di cosa campano, chi li paga? E è da li che raccoglievano.. Nella parte nord, dove si va su a Kamituga, allora era tutto commercio della stato, c&#8217;erano delle società, e assolutamente non potevano prendere l&#8217;oro e venderlo privatamente. Anche gli operai __perchè non vendessero. tutto doveva essere versato alla cassa della società la quale poi dava una percentuale allo stato. Poi a un certo punto è stato liberalizzato questo commercio e tutta la gente si è messa a cercare l&#8217;oro. Lungo un fiume là, nonostante ci fosse ancora dell&#8217;oro, la società l&#8217;aveva abbandonato perchè non c&#8217;era oro sufficiente per pagare gli operai ecc.. gli operai smettevano di lavorare nei campi, e donne e bambini andavano su questo fiume a cercare di setacciare la sabbia e trovare l&#8217;oro. Tutto questo ha portato un disordine, caotico proprio.</p>
<p>Poi un altro motivo di queste guerre in questa società riguarda il Burundi. Non so se ve ne hanno parlato del grande problema Tutsi e Hutu. I Tutsi sono i nobili, che non hanno mai lavorato, e gli Hutu sono i loro servi. Che guardano i loro campi, per cui gli Hutu, che sono i corti, non hanno diritto a possedere i campi, tutti i campi sono dei Tutsi , quelli alti, i nobili. Per cui anche nella spartizione del cibo è sempre una miseria per chi deve lavorare. E nel Burundi è scoppiato questo problema.. per cui si sono riversati in Congo, sia a bucavo sia a Uvira, Luvungi, molti rifugiati del Burundi e ruandesi .. migliaia, migliaia.. nel 1994 come economo della diocesi, come partner dell&#8217;alto commissariato dei rifugiati, sono arrivato anche al massimo a 90mila rifugiati. Voi immaginate lì a Luvungi, e a Kamanyola anche, di quei campi che ti mettevano paura. A Kamanyola c&#8217;erano soprattutto ruandesi, a Luvungi burundesi.. ed erano vicini proprio ai loro confini. Molti ruandesi, molti burundesi stavano là nel loro territorio, di notte attraversavano lungo il fiume e portavano via quello che faceva comodo a loro. Per cui cosa è successo? Questi poveri Congolesi crepavano di fame pur essendo la gente più ricca di questo mondo. Hanno iniziato poi a valorizzare un po&#8217; i prodotti agricoli, manioca, fagioli.. Però i rifugiati no avevano i soldi per pagare per cui casa facevano? Andavano nei campi a rubare. Tutto era in disordine, tutto era un caos terribile, inimmaginabile, indescrivibile, bisogna che uno lo veda, non so se voi vi siete resi conto, certe cose bisogna vederle perchè sono indescrivibili e non si possono raccontare. Io lo dico sempre, mi dicono &#8220;raccontaci un po&#8217; come era giù là &#8221; e io rispondo, &#8220;prendi un aereo, stai lì qualche mese e vedrai cosa vuol dire essere africano: questi bambini, la scuola, dove andavano a dormire la sera, a giocare&#8221;.. non so quanto sia andato avanti questo a Luvungi.<br />
Ho la gioia di dirvi che proprio a Luvungi hanno costruito un grosso acquedotto, per portare l&#8217;acqua, io ho potuto finanziare con un&#8217;associazione che c&#8217;è qui, ad Ancona, un&#8217;associazioni di laici. Temevo un po&#8217;.. mi invitano sempre a pregare nella loro sede. Hanno camion, camionette, vetture, telefono, riscaldamento.. mi chiedevo cosa fossero tutte quelle cose. Cercano soldi per poi mandarli e realizzare delle opere. In seminario è uscito questo progetto dell&#8217;acquedotto di Luvungi; io non volevo neanche telefonare perchè mi vergognavo. Dopo un po&#8217; mi hanno detto abbiamo approvato e abbiamo versato 5.000 euro a Parma&#8221; dove c&#8217;è l&#8217;economato generale che poi penserà a mandarli giù. Adesso che hanno inviato delle foto via internet sono rimasti meravigliati: vedere questi bambini e questi uomini che scavano il fosso, altri che portano con una bicicletta i tubi, altri sulla testa.. erano rimasti. Mi dicono &#8220;Padre sai che vi ho promesse gli altri 15.000 euro perchè è una cosa molto bella e, dopo aver aspettato un po&#8217;, si chiedevano perchè non si facesse vivo nessuno. Dopo un po&#8217; versa altri 10.000, e aspetta che gli vengano chiesti gli ultimi 5.000 ma le suore gli hanno detto che a loro bastavano perchè gli avevano chiesto 20.000 dollari, non euro. Tu ce ne hai dati 15.000, sono più di 20.000 $, a noi ci basta, ti ringraziamo. Lui è rimasto commosso e ha chiesto un altro progetto dicendo che sono onesti e realizzano.</p>
<p><strong>Allora, perchè così tante guerre? Io credo che sia sufficiente questo: perchè sono troppo ricchi!</strong> Il popolo ruandese prima hanno provocato la guerra tra di loro e hanno ucciso sugli 800.000 Tutsi , poi sono scappati via, soldati ecc, sono venuti nel Congo. Di loro, Hutu, ne sono morti un milione e mezzo. I Burundi sono morti laggiù tra di loro circa 400.000. <strong>In Congo, durante questo periodo, ci sono stati più di 7.000.000 di morti.</strong> Questa è la guerra laggiù.<br />
Adesso hanno detto che dei ribelli ruandesi hanno attaccato a nord di Goma, 25-30 km da Goma. nella regione dell&#8217;Ituri, io sono arrivato massimo a Goma, al di là nono sono mai andato. Questo perchè? Perchè questi soldati ribelli hanno fame, e altri, venendo dal Ruanda, se possono portarsi via qualche cosa, lo fanno&#8230; questa è la guerra.</p>
<p><em><span style="text-decoration: underline;">DOMANDA:</span> NOI VOLEVAMO SAPERE, COM&#8217;E&#8217; LA SUA VITA OGGI.</em><br />
<strong>RISPOSTA:</strong> Nel 1996 andavo a Luvungi, nella parrocchia di cui ero diventato parroco. Un anno prima avevamo consegnato l&#8217;economato alla diocesi ed ero diventato parroco lì di Luvungi. La missione di Luvungi congolese è molto impegnativa. Ma avevo quei due capi dei villaggi, soprattutto a Kamanyola, dove non ci si andava a dire la messa, non sempre, non tutte le domenica, allora aveva detto questo il maestro: &#8220;Verrò qui il sabato e la domenica alle 3 per incominciare il rosario e la messa.. un giorno sentivo un po&#8217; di stanchezza ma mi sono detto &#8220;andiamo va&#8221;. Parto, a metà strada tra Luvungi e campagnola mi dovevo fermare, mi veniva da vomitare, ma non vomitavo niente, sono sceso, ho aspettato un pochino dietro la mia macchina. Stavo per tornare a casa ma là mi aspettavano. Arrivo là e chiedo al diacono &#8220;fa tutto tu, come se io non fossi venuto. Io vado nelle stanzine là in alto che avevamo costruito, perchè mi devo coricare. A me non importa niente, basta che ci sia una stuoia, a me basta.&#8221;<br />
Poi mi faccio vedere dalla superiora là che era dottoressa e mi dice che forse è un po&#8217; di stanchezza. Dice che dovrei andare a Bukavu dove c&#8217;è un&#8217;altra suora che c&#8217;è ancora, specialista del cuore. Lei mi aveva visitato altre volte, non mi aveva mai spaventato, mi aveva detto di stare attento e di non rovinarmi troppo nel lavoro, ecc.. appena arrivo le dico che ho bisogno di lei. Chiama le infermiere, mi porta nella stanzetta, fategli l&#8217;elettrocardiogramma. Poi mi dice che ha bisogno di una lastra prima di dire come stanno le cose. Chiede a un infermiere di farmi subito una lastra. La faccio e la porto giù. Intanto lei mi aveva detto di sdraiarmi sul lettino per sentirmi in cuore, allora io mi sdraio, mi tolgo le scarpe, e dice &#8220;basta padre, ti puoi rivestire&#8221;. Mentre mi allacciavo le scarpe lei mi dice, &#8220;fermo padre, stai così. Non far niente padre perchè è una cosa molto grave&#8221;.<br />
E c&#8217;era un altro confratello che mi ha accompagnato perchè io non me la sentivo di guidare, e la madre dice &#8220;di al superiore che domani primo aereo che c&#8217;è lo spedisca a Milano&#8221; e io &#8220;ma sorella mi dia un po&#8217; di tempo, siamo in Quaresima, avevo già esaminato 400 catecumeni che avrei dovuto battezzare la notte di Pasqua&#8221;. Lei risponde, padre devi obbedire e basta. Anzi, nel viaggio a tornare a casa accompagnatelo perchè potrebbe essere fatale per lui&#8221;. Prova a convincerla ma dice che devo obbedire. Sono venuto su, mi hanno detto che ho avuto un infarto. Mi hanno fatto un bypass, poi mi hanno fatto una angioplastica, e adesso mi curano.<br />
Adesso ho un problema, che mi dovrebbero mettere a posto una valvola del cuore, che è molto facile chirurgicamente, ma non possono farlo perchè ho l&#8217;aorta che dovrebbero essere fermata dalla parte del cuore e dalla parte delle derivazioni nelle altre vene che è, loro hanno scritto così, brutalmente calcificata. Per cui se la pinzano, dentro tutto quel cilindro si rompe. Per cui dovrebbero prendere, tagliare di qua e di là, e cambiarla. E cambiare l&#8217;aorta non è un affare semplice. Su cento possibilità, per novantacinque c&#8217;è il rischio che rimani sul tavolo.. per cui anche adesso, nel mese di agosto, mi sentivo un po&#8217; giù, per cui mi hanno detto di andare avanti con la terapia. Dottori che non mi conoscono propongono di fare un&#8217;operazione alla valvola, ma è perchè non vedono che è calcificata. Quindi sto qui, cosa faccio, aspetto nostra sorella morte, che potrebbe avvenire da un momento all&#8217;altro. Questo però non vuol dire che mi sono pentito, <strong>sono pieno di gioia, e ve lo dico proprio francamente, sono pieno di gioia perchè il Signore mi ha fatto il grande dono di essere missionario, di stare vicino a tutta quella gente che soffre, ecco, questa è la cosa più importante</strong>, io mi chiedo nella vita che cosa ho realizzato? Eh, qualcosa ho realizzato. Anche quella lettera che mi ha mandato quella donna. Molti mi chiedono un aiuto, lei non mi ha chiesto niente. Ha detto che tra poco si sposa, un bel giovane, di aiutarla con la mie preghiere. Scrive: &#8220;sono contenta di esistere, padre, e mia mamma mi ha detto che sei stato tu ad aiutare&#8221;. E anche questo è una bella cosa.<br />
Un altro giorno ero economo -per cui non ero più addetto alla parrocchia- c&#8217;erano gli altri sacerdoti congolesi; io dovevo guardare al lavoro. Avevamo una nave, portava circa 180 tonnellate di peso, un barcone grosso, con un bel motore, ben attrezzato dentro. Trasportavamo sul lago Tanganyka il cemento &#8211; e allora i trasporti non funzionavano, credo che anche adesso.. portare su il cemento quando tutti volevano costruire era più prezioso dell&#8217;oro. Tutti lo cercavano. Era venuta un po&#8217; di pace. Quando arrivava cercavo di scaricarlo subito. Ma mica da solo, avevo circa 40 operi giornalieri. Stavo per caricare la scala mobile, anche gli altri operai si vestivano a modo loro perchè dopo ci si sporcavano con farina del cemento, arriva una ragazza che conoscevo per via della scuola, che mi chiedeva in modo insistente di ascoltarla. Ha detto &#8220;c&#8217;è una mia compagna che tu conosci &#8211; erano entrambe di Bukavu- che sta per morire.&#8221; Io le chiedo se è in ospedale, e lei dice di no, che non ci vuole andare. Io le dico &#8220;cosa faccio, vengo io nella capanna?&#8221; e lei &#8220;ha detto che devi andare a confessarla perchè lei morirà quest&#8217;oggi&#8221; e a me veniva voglio di dire &#8220;ma va a quel paese, chiamata un prete qui, perchè venite a chiamare me&#8221; loro mi conoscevano, ero stato parroco e allora dico &#8220;guarda, vengo però subito. Adesso vado giù al porto a scaricare il battello, metto questi operai giornalieri al lavoro, e poi dopo vengo. Però vieni giù con me, perchè altrimenti dove la vado a trovare questa tua amica? L&#8217;ho fatta montare su un camion insieme agli operai. Quando tutti i camion erano pronti per partire per Bukavu le ho detto che potevamo andare a vedere questa sua amica.<br />
Cammina, cammina andiamo dentro nel villaggio, tra tutte le viuzze, l&#8217;avete visto com&#8217;era, lei va avanti, io la seguo dietro. Poi finalmente mi ha detto che abitava qua dentro. Sono entrato, tutto buio. L&#8217;ho trovata stesa su una stuoia e le ho detto &#8220;cos&#8217;hai?&#8221; e lei mi ha risposto: &#8220;padre oggi morirò&#8221;. Io avevo sempre la pila tascabile.. &#8220;Ma cosa c&#8217;hai?&#8221; &#8220;Nakufa.. muoio, muoio!&#8221; &#8220;Ma sei stata all&#8217;ospedale?&#8221; &#8220;Muoio soltanto, è inutile che vada all&#8217;ospedale! E le guardavo l&#8217;occhio, era tutto bianco, più bianco di quella tovaglia, voleva dire che era anemica che i vermi intestinali le avevano succhiato tutto il sangue, poi c&#8217;è la malaria. La ragazza ha chiesto al padre di confessarla. Dopo di che ho detto all&#8217;altra ragazza di non andare a scuola e di accompagnare la sua amica all&#8217;ospedale. Per fortuna là c&#8217;erano le suore saveriane, chiamo la suora e le dico &#8220;suora Noemi, questa ragazza è una bastarda -lei chiamava tutti bastardi- non si è fatta curare, tu la guarderai e vedrai che è anemica&#8221;. &#8220;Padre, ma questa crepa, bisogna fare<br />
qualcosa&#8221;. &#8220;Lo so, la metto nelle tue mani, poi quando ripasso di qua ti pago tutto io&#8221; &#8220;Eh lo so -risponde lei- ma questi bastardi non si fanno curare!&#8221;. Allora tiro fuori dei soldi e dico a quella ragazza &#8220;allora, quando lei è là nel letto -cioè per terra perchè era un ospedale ancora tutto rovinato- vai al mercato e fai da mangiare per te e per lei, perchè questa ha bisogno di mangiare. Questo per mezzogiorno. Poi questa sera puoi venire là a casa mia dove mi hai incontrato stamattina, avrò finito, e vediamo cosa possiamo fare. Mi raccomando, devi comprare il cibo, se no ti spacco la testa eh!&#8221; allora dice &#8220;no, no, anche io mangio&#8221;. E così ho fatto, quel giorno le hanno fatto sette punture, una diversa dall&#8217;altra, ma ero sicuro che l&#8217;avrebbero tirata fuori.<br />
Dopo un po&#8217;, un mese, alla domenica pomeriggio, la mattina andavo sempre a fare la pastorale in quel posto laggiù, alla diaconia, dopo nel pomeriggio, prendevo un caffè, alle 2,30-3 mi ero alzato, mi ero riposato, andavo nel mio ufficio per cominciare il lavoro, per la contabilità ecc.. era una cosa molto seria, richiedeva molto impegno, e vado a vedere se nella porta del recinto dell&#8217;economato c&#8217;è nessuno che aspetta. E vedo proprio questa ragazza là seduta insieme a sua madre e aveva un pollo e un cestino pieno di uova (30.19) dice &#8220;padre, senti, ti dovrei parlare. Questo è il pollo e le uova, io ti ringrazio, sono venuta da Bukavu perchè mia figlia ma ha detto che tu l&#8217;hai salvata, se non c&#8217;eri tu questa sarebbe morta.&#8221; E io le dico &#8220;ma senti, io il pollo ce l&#8217;ho qua dentro. Ammazzalo e fai mangiare lei che è in carenza e ha bisogno di pollo&#8221; e lei &#8220;no padre, mangerà a casa. Non aver paura, accetta padre&#8221; le ho detto &#8220;allora, io prendo le uova, il pollo -che era più sostanzioso- la vedi quella casetta là? è della suora che le ha dato le medicine e l&#8217;ha curata. Portagliela là!&#8221; e lei era tutta contenta! Però le uova mi ha detto di mangiarle io! Poi le ho messe nel frigorifero e le abbiamo mangiate la sera e anche se non le ho mangiate tutte è bastato il gesto. <strong>Vedete come sono ricchi loro? Queste cose molte volte, qui in Italia, è difficile trovarle. Soprattutto la donna africana ha una sensibilità.. non vuol dire che gli uomini non siano bravi e ricchi, ce ne sono di eccezionali.. in genere la donna è molto più ricca, cioè ha delle doti molto belle!</strong></p>
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		<title>PADRE CATTANI: UN&#8217;ILLUMINANTE VISIONE D&#8217;INSIEME</title>
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		<pubDate>Sun, 23 Nov 2008 09:07:28 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;La guerra in Nord Kivu ha radici profonde che portano tutte a una lotta per il controllo delle risorse minerarie e che poco hanno a che fare con l&#8217;elemento etnico&#8221;: lo afferma padre Loris Cattani, missionario saveriano con otto anni di esperienza in Kivu, a Bukavu, da qualche tempo tornato in Italia a Parma. Il sottosuolo del Kivu è ricco di risorse preziose, il coltan in particolare, un minerale impiegato per la produzione di quei chip elettronici che servono per far funzionare computer, telefoni portatili e altre recenti innovazioni tecnologiche. &#8220;In Congo &#8211; prosegue padre Cattani raggiunto dalla MISNA a Parma &#8211; esistono 450 gruppi linguistici, solo nella zona del Kivu dove io ho operato sono almeno 15; la gente del paese è abituata a convivere in comunità eterogenee, dove tante sono anche le religioni e le sette, ma dove non sono mai mancati i matrimoni misti e le forme di vita comunitaria&#8221;. Se è &#8220;semplice&#8221; identificare nelle ingenti ricchezze del sottosuolo le cause del conflitto, più complesso è dare una spiegazione ai periodi di ciclica violenza che interessano queste regioni e che hanno causato centinaia di migliaia di sfollati. &#8220;Negli ultimi 15 anni ci sono state tre guerre &#8211; prosegue padre Cattani &#8211; e ognuna di queste ha man mano complicato il quadro generale; c&#8217;è stata quella del 1996-97 con protagonista Laurent Dèsirè Kabila, il padre dell&#8217;attuale presidente congolese Joseph Kabila; c&#8217;è stata quella del 1998-2003 con in prima fila il Rassemblement congolais pour la dèmocratie (Rcd-Goma) guidato da Kin-Kiey Mulumba; c&#8217;è infine l&#8217;attuale confronto tra esercito e Congresso nazionale per la difesa del popolo (Cndp) dell&#8217;ex-generale Laurent Nkunda&#8221;. Ma che si tratti di reale confronto armato tra Nkunda ed esercito, padre Cattani ha qualche dubbio; o, meglio, ciò che appare non è necessariamente il reale stato di cose. &#8220;Innanzitutto &#8211; aggiunge il missionario saveriano &#8211; bisognerebbe ricordare la lunga storia di Nkunda che già nel 1990-94 combatteva a fianco dell&#8217;attuale capo di stato ruandese, Paul Kagame; rientrato in Congo, Nkunda entra nel Rdc-Goma e alla fine della guerra viene nominato generale e forse, ma non è certo, gli viene proposta la carica di comandante della regione militare del Kivu che lui avrebbe però rifiutato. Di lì, nel 2004, attacca Bukavu, poi si ritira nel Masisi, quindi si ritira da qualunque accordo di pace prospetti un riposizionamento delle sue truppe in altre zone del Congo. Arrivando ai nostri giorni, ci sono alcuni fatti indiscutibili che permettono di trarre poi alcune conclusioni. Il primo riguarda gli attuali vertici militari di Kinshasa e in particolare della regione militare del Kivu: si tratta di militari che avevano combattuto insieme a Nkunda nelle file del Rdc-Goma; difficilmente adesso potrebbero realmente combattere contro di lui. Il secondo: la corruzione nell&#8217;esercito di Kinshasa e nelle rappresentanze politiche è diffusa e gioca molto spesso a favore di Nkunda. Il terzo: nei mercati di Kisangani, i commercianti vendono le razioni alimentari destinate all&#8217;esercito di stanza in Kivu che non riceve da tempo anche gli stipendi; ecco perchè spesso vediamo i soldati razziare i villaggi e saccheggiare le abitazioni civili&#8221;. A ricevere regolarmente i loro stipendi sono invece i ribelli del Cndp, generalmente anche meglio equipaggiati: &#8220;Nkunda paga i suoi uomini grazie allo sfruttamento delle miniere del Kivu, ma ci sono elementi che fanno credere che parte delle paghe destinate ai soldati governativi finisce nelle tasche dei ribelli. Connivenze che spazzano ulteriormente via le tesi di un conflitto etnico&#8221;. Il Congo è, secondo padre Cattani, uno scacchiere nel quale la posta in palio sono le miniere, ma nel quale ci sono protagonisti che giocano su più livelli. &#8220;A un piano nazionale, a sfruttare illegalmente i giacimenti sono i ribelli, ma sono anche i militari, i politici, perfino i commercianti di Goma. Non serve molto tempo per vedere i tanti piccoli aerei che fanno la spola tra il Rwanda e piccole piste in mezzo alla foresta. E a trafficare con il Rwanda non sono semplicemente i ribelli del Cndp che qualcuno vuole solo tutsi e quindi vicini a Kagame, ma anche gli hutu delle Forze democratiche per la liberazione del Rwanda (Fdlr), i mayi-mayi, i politici: tutti uniti nel saccheggiare le risorse nazionali a scapito delle casse pubbliche e degli interessi della popolazione. Su un piano internazionale, ci sono le responsabilità del Rwanda dove Nkunda trova anche ex-militari da arruolare nelle sue milizie e sostegni politici; altri sostegni questo ex-generale li trova in Uganda, ma anche in Inghilterra e in America. Perchè &#8211; e così ci spostiamo da un piano regionale a uno intercontinentale &#8211; il Nord Kivu è diventato il punto di scontro tra vecchi interessi coloniali. Da una parte l&#8217;area anglo-americana, dall&#8217;altra quella franco-europea: questa &#8216;sfida&#8217; si combatte con proclami, con la guerra e con disegni strategici che potrebbero anche portare alla creazione di stati nano facilmente controllabili. Non è un caso che qualche settimana fa, i ministri degli Esteri francese e inglese si siano presentati insieme a Goma: lo hanno fatto per controllarsi a vicenda!&#8221;. Sono tutti elementi che portano all&#8217;inizio del discorso, ovvero alle motivazioni prettamente economiche del conflitto: &#8220;L&#8217;Onu &#8211; conclude il missionario &#8211; ha pubblicato ben quattro rapporti sulle relazioni tra questo conflitto e lo sfruttamento illegale delle risorse minerarie; l&#8217;Unione Europea ha varato provvedimenti per stabilire la &#8216;rintracciabilità&#8217; dei prodotti esportati dal Congo, per identificare cioè la loro provenienza illegale o meno. In questa guerra non c&#8217;entrano nè etnie, nè religioni: è una questione di accaparramento illegale di risorse, di influenze politiche, di equilibri regionali e internazionali. L&#8217;unico vero grande sconfitto è il popolo congolese&#8221;.</p>
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		<title>IL DIGIUNO DI PADRE TURAZZI PER LA PACE</title>
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		<pubDate>Sun, 23 Nov 2008 08:56:25 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[[Padre Silvio Turazzi, missionario saveriano, promotore di una 'catena del digiuno' per la pace nell'est della Repubblica Democratica del Congo paese, in un'articolo pubblicato oggi dal quotidiano della Santa Sede "L'Osservatore Romano"; segue testo integrale] &#8220;Viviamo la nostra solidarietà con il popolo congolese accompagnando l&#8217;impegno per la pace con il digiuno, portando nel nostro corpo [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>[Padre Silvio Turazzi, missionario saveriano, promotore di una 'catena del digiuno' per la pace nell'est della Repubblica Democratica del Congo paese, in un'articolo pubblicato oggi dal quotidiano della Santa Sede "L'Osservatore Romano"; segue testo integrale]<br />
&#8220;Viviamo la nostra solidarietà con il popolo congolese accompagnando l&#8217;impegno per la pace con il digiuno, portando nel nostro corpo un po&#8217; della loro fame e condividendo un po&#8217; del nostro cibo. Abbiamo iniziato il 29 ottobre, nella memoria del vescovo martire di Bukavu monsignor Muzihirwa. Il cerchio degli aderenti si sta allargando, persone singole e gruppi, oltre trecento adesioni. Il digiuno a catena ci permette di mantenere un cuore vigile e di continuare le normali attività della giornata&#8221;. È la testimonianza di don Silvio Turazzi, da molti anni missionario saveriano tra le popolazioni della Repubblica Democratica del Congo. Perchè il digiuno? &#8220;Il digiuno, spiega il missionario, ridà all&#8217;oralità quella disciplina che la fa passare dal consumo al ringraziamento e dalla voracità alla comunione. Chi prova a digiunare scopre quanto potente sia in lui l&#8217;istinto alla collera, al cattivo umore, all&#8217;egoismo, può ritirarsi spaventato di fronte ai lati oscuri e ignorati del proprio essere, ma può anche accettare di farvi fronte e di porsi domande essenziali: &#8220;Chi sono io? Quali sono i miei desideri? Cosa mi tocca in profondità? Cosa mi lascia insoddisfatto? E cosa invece, mi dà pace?&#8221;. Davanti a situazioni di conflittualità come la guerra, che stanno vivendo le popolazioni del Nord Kivu, le cui conseguenze sono sempre più gravi, &#8220;mi sento particolarmente coinvolto. C&#8217;è una responsabilità collettiva su quanto avviene. Il cellulare, il computer &#8211; sottolinea don Silvio &#8211; funzionano anche con il coltan, un minerale che importiamo da quelle terre. La tecnologia avanzata di oggi, a nostro servizio, ha bisogno di cassiterite, di niobio, rame, oltre il petrolio, l&#8217;oro, i diamanti. Il controllo di quelle ricchezze è il vero motivo della guerra. Ho bisogno di purificare il cuore, di togliere i pesi che mi impediscono o rallentano l&#8217;incontro con gli altri, che vorrei riconoscere prima delle cose. Debbo avere le mani libere per stringere la mano dell&#8217;altro. Mi sembra una condizione necessaria, un passo essenziale per avvicinarmi alla verità che mi permette di riconoscere l&#8217;altro nella sua dignità fondamentale di uomo-donna e la comune appartenenza alla famiglia umana. La soppressione dell&#8217;altro, dei tanti che avviene in questi giorni con uccisioni e massacri, spostamenti forzati &#8211; aggiunge il missionario &#8211; è negazione della &#8220;verità&#8221; sull&#8217;uomo. Ciascuna di quelle persone ha un nome, una sola esistenza qui sulla terra&#8221;. Don Silvio sa che la guerra porta ferite inguaribili e provoca odio. &#8220;Questo è un atteggiamento che con l&#8217;aiuto di Dio e la saggezza dei giusti, vorremmo insieme superare per deporre le armi e disarmare i cuori. È saggezza che prepara la pace. Questo non calpesta le esigenze della giustizia: non possiamo mettere sullo stesso piano assassini e vittime. Quando guardiamo le persone, nessuno ci può essere indifferente, nessuna può essere guardata con odio. Vorrei restare a fianco della popolazione congolese con i missionari/e &#8211; conclude &#8211; che preferisco chiamare migranti del vangelo, in comunione di vita. Il digiuno mi aiuta a restare vigile e disponibile. Mi aiuta a riscoprire con serenità la croce come apertura di sè agli altri, come forza pulita di amore, come passo che prepara l&#8217;incontro&#8221;.</p>
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		<title>MISSIONARI AL FIANCO DELLA POPOLAZIONE, ANCHE CON UNA CARTOLINA PER LA PACE</title>
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		<pubDate>Sun, 23 Nov 2008 08:55:30 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Restare a fianco della popolazione congolese, condividendo le difficoltà di questa crisi, e avviare una rinnovata azione di pressione mediatica e politica, oltre che di sostegno umanitario, a livello internazionale: sono questi i punti fermi emersi al termine della riunione tenuta stamani a Roma, in Italia, tra i rappresentanti di decine di congregazioni missionarie internazionali riuniti nella sede dell&#8217;Unione internazionale superiore generali (Uisg) e Unione superiori generali (Uis) per discutere della situazione di guerra nell&#8217;est del Congo. In tutti gli interventi di questa mattina, i rappresentanti delle varie congregazioni missionarie presenti in Nord Kivu, ma anche in altre aree circostanti, hanno confermato la gravità della crisi in corso negli ultimi mesi nella zona di Goma, ribadendo più di una volta come gli ultimi avvenimenti non siano altro che la prosecuzione della guerra iniziata in Congo alla fine degli Anni &#8217;90 e mai realmente conclusasi. Un conflitto, è emerso molto chiaramente durante la riunione di oggi, che va ben oltre le motivazioni locali e regionali e che, mai così chiaramente come adesso, chiama in causa direttamente la comunità internazionale e le principali economie del pianeta, impegnate a contendersi ricchezze minerarie e contratti miliardari sulla pelle dei congolesi. Per coordinare il lavoro e gli sforzi, i partecipanti all&#8217;incontro di oggi hanno quindi dato vita al Comitato intercongregazionale Emergenza Congo (Cieg), incaricato di raccogliere e centralizzare informazioni, appelli, notizie, iniziative e soprattutto di mettere a punto una &#8220;strategia unica e concordata&#8221; per gli istituti missionari. Il Comitato, che si riunirà a partire dalla prossima settimana, dovrà nominare le commissioni incaricate di affrontare i molti aspetti attraverso i quali gli istituti missionari intendono fare pressione e aiutare la popolazione: a cominciare dai media, fino ad arrivare a una raccolta fondi, passando per giornate di digiuno, manifestazioni e marce, e per un centro di raccolta documentazioni che favorisca un&#8217;informazione più corretta sul conflitto. Tra le prime iniziative decise oggi quella della stesura di una lettera da inviare alle Conferenze episcopali di Congo e Rwanda, ma anche alle associazioni degli istituti religiosi (maschili e femminili) presenti nei due paesi. Allo studio anche una serie di documenti per richiamare alle proprie responsabilità &#8211; in questa come nelle crisi armate che da oltre 10 anni scuotono il Congo &#8211; gli Stati Uniti, l&#8217;Inghilterra, l&#8217;Unione Europea, le Nazioni Unite e le aziende di questi paesi che (come dimostrato da una serie di rapporti dell&#8217;Onu pubblicati negli anni passati) alimentano il conflitto sul terreno, manovrando &#8216;pedine&#8217; locali. Ma il Comitato intercongregazionale dovrà occuparsi anche di cose più &#8220;concrete&#8221; e dei problemi più &#8220;imminenti&#8221; che la popolazione congolese sta affrontando, a cominciare dall&#8217;emergenza sfollati e dalla grave scarsità di cibo che si registra nella zona di Goma e che, secondo le testimonianze dirette giunte ai partecipanti della riunione in questi giorni, rischia di aggravare ancora di più una crisi umanitaria già fuori controllo. Numerose congregazioni missionarie internazionali oggi si sono unite al nucleo centrale e costitutivo del Comitato Emergenza Congo: dai dehoniani, ai salesiani, dalle suore paoline al Jesuit refugee service (Jrs), dai comboniani ai saveriani, passando per i Padri Bianchi, i barnabiti, i carmelitani e le suore maestre di Dorotea.</p>
<p>- L&#8217;Unione Europea eserciti maggiori pressioni diplomatiche per garantire l&#8217;applicazione degli accordi di pace degli ultimi anni e invii &#8220;per un breve periodo&#8221; una forza militare in grado di assicurare l&#8217;apertura di &#8220;corridoi umanitari&#8221;: a chiederlo in un appello sul conflitto nell&#8217;est della Repubblica democratica del Congo è Africa Europe Faith &amp; Justice Network (Aefjn), una rete che riunisce più di 30.000 missionari in Africa ed Europa. Secondo Aefjn, ogni tentativo di stabilizzazione delle regioni orientali del Congo e in particolare della provincia del Nord Kivu &#8220;deve prendere in considerazione non solo le conseguenze ma anche le cause, cioè il mancato rispetto degli accordi di Nairobi e di Goma e la lotta per il controllo e lo sfruttamento delle risorse naturali della regione, il cui commercio garantisce i finanziamenti dei ribelli&#8221;. Le due intese di pace, sottoscritte nel dicembre 2006 dai capi di stato e di governo di 11 paesi della regione dei Grandi Laghi e nel gennaio scorso dal governo di Kinshasa e dai principali gruppi armati attivi nell&#8217;est del Congo, sono indicate dunque come il riferimento centrale per una soluzione del conflitto. Secondo Aefjn, l&#8217;Unione Europea e i singoli governi dei &#8216;Ventisette&#8217; devono premere sul Rwanda affinchè dal suo territorio non arrivi alcun tipo di sostegno ai guerriglieri del Consiglio nazionale per la difesa del popolo (Cndp); allo stesso tempo bisognerebbe però scongiurare ogni &#8220;complicità operativa&#8221; tra i comandi militari di Kinshasa e le Forze democratiche per la liberazione del Rwanda (Fdlr), un gruppo di opposizione (anche armata) in esilio che lotta contro il Cndp e che è considerato da Kigali una minaccia alla propria sicurezza nazionale.</p>
<p>- L&#8217;organizzazione di &#8220;un&#8217;efficace azione umanitaria&#8221;, l&#8217;arresto del commercio illegale delle materie prime provenienti dalla Repubblica democratica del Congo, &#8220;vera causa della guerra&#8221;, un&#8217;inchiesta e un eventuale mandato d&#8217;arresto nei confronti del &#8216;generale ribelle&#8217; Laurent Nkunda, il &#8220;rafforzamento&#8221; della missione di pace dell&#8217;Onu: sono le richieste principali di &#8216;Pace per il Kivu&#8217;, un appello che oltre 250 associazioni non governative rivolgono al governo italiano. &#8216;Beati i costruttori di pace&#8217;, &#8216;Chiama l&#8217;Africa&#8217;, &#8216;Rete pace per il Congo&#8217; e molte altre organizzazioni hanno scritto un messaggio in diversi punti, che chiunque voglia aderire può inviare al ministro degli Esteri italiano con una semplice cartolina. &#8220;Insieme alla società civile congolese &#8211; si afferma nell&#8217;appello, stampato sul retro della cartolina &#8211; le chiediamo che l&#8217;Italia promuova subito nella sede dell&#8217;Unione Europea e dell&#8217;Onu: la qualificazione e il rafforzamento della Monuc, anche con un impegno diretto dell&#8217;UE così che possa efficacemente proteggere la popolazione e bloccare i responsabili dei crimini in corso; l&#8217;organizzazione di una rapida ed efficace azione umanitaria; l&#8217;arresto del commercio illegale delle materie prime in provenienza dalla Repubblica democratica del Congo, vera causa della guerra; l&#8217;esame delle denunce contro Laurent Nkunda per i crimini contro l&#8217;umanità, l&#8217;ultimo a Kiwanja, nel Nord Kivu, depositato presso la Corte penale internazionale e una volta accertata la sua colpevolezza, sia emanato un mandato d&#8217;arresto&#8221;. Sulla cartolina è stampata una fotografia che ritrae profughi in fuga dalle violenze, che trascinano con sè grandi sacchi; accanto alla fotografia, poche righe per ricordare &#8220;un dramma umanitario che avviene sotto gli occhi di tutti.</p>
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		<title>A GOMA, IL CENTRO &#8220;DON BOSCO&#8221; PER CENTINAIA DI FIGLI DEGLI SFOLLATI</title>
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		<pubDate>Sun, 23 Nov 2008 08:54:38 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Dopo l&#8217;accordo di gennaio la gente era piena di fiducia nella pace, da due mesi è nuovamente sprofondata nello sconforto, ma tutti facciamo del nostro meglio per continuare a dare il messaggio che la vita non si ferma, che verrà il tempo della pace&#8221;: così dice alla MISNA don Mario Perez missionario salesiano e direttore del centro Don Bosco di Ngangi, a Goma, nella provincia orientale del Nord Kivu dove dalla fine di agosto sono ripresi i combattimenti sul campo tra gli uomini del generale dissidente Laurent Nkunda e l&#8217;esercito congolese, vanificando un accordo sottoscritto da tutti i gruppi armati attivi nella regione per cessare le ostilità e consegnare le armi. Villaggi incendiati e fila di profughi lungo le strade sono tornati a far parte del panorama dei distretti di Masisi e Rutshuru a nord di Goma. &#8220;Dall&#8217;inizio di ottobre al nostro centro si sono aggiunti 800 bambini e bambine: sono i figli degli sfollati ammassatisi nel villaggio di Kanyarucinia, a 4 chilometri da qui&#8221; racconta il missionario originario del Venezuela (&#8220;da un villaggio contadino sulle Ande che non compare neanche sulla carta geografica&#8221;, dice). Nel Centro Don Bosco &#8211; una sorta di &#8216;cittadella&#8217; con scuola, centro nutrizionale, dormitori, casa famiglia, laboratori professionali e oratorio &#8211; studiano e passano la loro giornata normalmente oltre 3000 giovani. Circa 1500 giovani vivono nella struttura, gli altri a fine giornata tornano alle loro case; a molti il centro fornisce l&#8217;unico pasto certo della giornata. &#8220;Con l&#8217;arrivo dei nuovi ragazzi ci si è dovuti adattare per rispondere all&#8217;emergenza, organizzando i &#8216;doppi turni&#8217; scolastici, la mattina e il pomeriggio, mentre il cortile è diventato una scuola all&#8217;aperto. Tutto da affrontare con le stesse risorse e gli stessi insegnanti di prima, cui va tutto il mio plauso per la loro abnegazione&#8221; continua don Perez che arrivò a Goma nel 1982 che aveva 25 anni. Avviato come una scuola e centro giovanile polifunzionale, in sintonia con il carisma salesiano, il centro ha dovuto presto adattarsi alle richieste della situazione in particolare a causa della guerra. &#8220;I primi profughi li abbiamo accolti nel 1992, e poi di nuovo le cose si sono fatte difficile in tutti gli anni della guerra&#8221; dice il sacerdote riferendosi alla guerra congolese durata dal 1998 al 2003, e concentratosi in queste zone del Congo orientale, dove è di fatto proseguita, seppure a bassa intensità, anche negli anni successivi. Ex ragazzini-soldato e ragazzine violentate dai ribelli o dai soldati sono stati i nuovi &#8220;alunni&#8221; a cui dare una risposta. &#8220;Abbiamo un programma speciale per le giovani vittime di violenza sessuale &#8211; continua don Perez &#8211; sette di loro vivono qui con noi, tre dormono altrove ma frequentano il centro. Diamo loro coraggio, le aiutiamo ad accettare i loro bambini, se ne sono nati dalla violenza, e a trovare un lavoro facendogli seguire i nostri corsi professionali; ma cerchiamo anche di ricucire i rapporti con la famiglia, che purtroppo molto spesso le rifiuta, un po&#8217; per vergogna un po&#8217; perchè crede che siano ormai segnate e &#8216;maledette&#8217;&#8221;. In questi progetti il missionari conta su rapporti con associazione congolesi e l&#8217;aiuto di una decina di volontari stranieri inviati dal &#8216;Vis&#8217;, l&#8217;organizzazione non governativa del mondo salesiano. E per pensare anche alla ricostruzione per una popolazione che spera testardamente nella pace, il missionario ha avviato un programma di microcredito e finanziamento che permette ai padri di famiglia di costruirsi una casa.</p>
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		<title>PER RIFLETTERE INSIEME (CON UN MISSIONARIO, SUL SENSO DI UN DIGIUNO A CATENA)</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Nov 2008 08:48:19 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[&#8220;Viviamo la nostra solidarietà con il popolo congolese accompagnando l&#8217;impegno per la pace con il digiuno, portando nel nostro corpo un po&#8217; della loro fame e condividendo un po&#8217; del nostro cibo. Abbiamo iniziato il 29 ottobre, nella memoria del vescovo martire di Bukavu monsignor Muzihirwa. Il cerchio degli aderenti si sta allargando, persone singole [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Viviamo la nostra solidarietà con il popolo congolese accompagnando l&#8217;impegno per la pace con il digiuno, portando nel nostro corpo un po&#8217; della loro fame e condividendo un po&#8217; del nostro cibo. Abbiamo iniziato il 29 ottobre, nella memoria del vescovo martire di Bukavu monsignor Muzihirwa. Il cerchio degli aderenti si sta allargando, persone singole e gruppi, oltre 300 adesioni. Il digiuno a catena ci permette di mantenere un cuore vigile e di continuare le normali attività della giornata&#8221;.</p>
<p>[...]</p>
<p>Sulle ferite inguaribili e l&#8217;odio provocati dalla guerra, padre Turazzi aggiunge: &#8220;Questo è un atteggiamento che con l&#8217;aiuto di Dio e la saggezza dei giusti, vorremmo insieme superare per deporre le armi e disarmare i cuori. È saggezza che prepara la pace. Questo non calpesta le esigenze della giustizia: non possiamo mettere sullo stesso piano assassini e vittime. Quando guardiamo le persone, nessuno ci può essere indifferente, nessuna può essere guardata con odio. Vorrei restare a fianco della popolazione congolese con i missionari/e che preferisco chiamare migranti del vangelo, in comunione di vita. Il digiuno mi aiuta a restare vigile e disponibile. Mi aiuta a riscoprire con serenità la croce come apertura di sè agli altri, come forza pulita di amore, come passo che prepara l&#8217;incontro&#8221;.</p>
<p>[Padre Silvio Turazzi, missionario saveriano, promotore di una 'catena del digiuno' per la pace nell'est della Repubblica Democratica del Congo paese, in un'articolo pubblicato oggi dal quotidiano della Santa Sede "L'Osservatore Romano".]</p>
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		<title>LA TESTIMONIANZA E L&#8217;IMPEGNO DI PADRE TURAZZI PER LA PACE</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Nov 2008 08:47:35 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Viviamo la nostra solidarietà con il popolo congolese accompagnando l&#8217;impegno per la pace con il digiuno, portando nel nostro corpo un po&#8217; della loro fame e condividendo un po&#8217; del nostro cibo. Abbiamo iniziato il 29 ottobre, nella memoria del vescovo martire di Bukavu monsignor Muzihirwa. Il cerchio degli aderenti si sta allargando, persone singole e gruppi, oltre trecento adesioni. Il digiuno a catena ci permette di mantenere un cuore vigile e di continuare le normali attività della giornata&#8221;. È la testimonianza di don Silvio Turazzi, da molti anni missionario saveriano tra le popolazioni della Repubblica Democratica del Congo. Perchè il digiuno? &#8220;Il digiuno &#8211; spiega il missionario &#8211; ridà all&#8217;oralità quella disciplina che la fa passare dal consumo al ringraziamento e dalla voracità alla comunione. Chi prova a digiunare scopre quanto potente sia in lui l&#8217;istinto alla collera, al cattivo umore, all&#8217;egoismo, può ritirarsi spaventato di fronte ai lati oscuri e ignorati del proprio essere, ma può anche accettare di farvi fronte e di porsi domande essenziali: &#8220;Chi sono io? Quali sono i miei desideri? Cosa mi tocca in profondità? Cosa mi lascia insoddisfatto? E cosa invece, mi dà pace?&#8221;. Davanti a situazioni di conflittualità come la guerra, che stanno vivendo le popolazioni del Nord Kivu, le cui conseguenze sono sempre più gravi, &#8220;mi sento particolarmente coinvolto. C&#8217;è una responsabilità collettiva su quanto avviene. Il cellulare, il computer &#8211; sottolinea don Silvio &#8211; funzionano anche con il coltan, un minerale che importiamo da quelle terre. La tecnologia avanzata di oggi, a nostro servizio, ha bisogno di cassiterite, di niobio, rame, oltre il petrolio, l&#8217;oro, i diamanti. Il controllo di quelle ricchezze è il vero motivo della guerra. Ho bisogno di purificare il cuore, di togliere i pesi che mi impediscono o rallentano l&#8217;incontro con gli altri, che vorrei riconoscere prima delle cose. Debbo avere le mani libere per stringere la mano dell&#8217;altro. Mi sembra una condizione necessaria, un passo essenziale per avvicinarmi alla verità che mi permette di riconoscere l&#8217;altro nella sua dignità fondamentale di uomo-donna e la comune appartenenza alla famiglia umana. La soppressione dell&#8217;altro, dei tanti che avviene in questi giorni con uccisioni e massacri, spostamenti forzati &#8211; aggiunge il missionario &#8211; è negazione della &#8220;verità&#8221; sull&#8217;uomo. Ciascuna di quelle persone ha un nome, una sola esistenza qui sulla terra&#8221;. Don Silvio sa che la guerra porta ferite inguaribili e provoca odio. &#8220;Questo è un atteggiamento che con l&#8217;aiuto di Dio e la saggezza dei giusti, vorremmo insieme superare per deporre le armi e disarmare i cuori. È saggezza che prepara la pace. Questo non calpesta le esigenze della giustizia: non possiamo mettere sullo stesso piano assassini e vittime. Quando guardiamo le persone, nessuno ci può essere indifferente, nessuna può essere guardata con odio. Vorrei restare a fianco della popolazione congolese con i missionari/e &#8211; conclude &#8211; che preferisco chiamare migranti del vangelo, in comunione di vita. Il digiuno mi aiuta a restare vigile e disponibile. Mi aiuta a riscoprire con serenità la croce come apertura di sè agli altri, come forza pulita di amore, come passo che prepara l&#8217;incontro&#8221;.</p>
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		<title>PIU&#8217; DIPLOMAZIA PER RISOLVERE IL CONFLITTO: LA VOCE DI UNA RETE MISSIONARIA</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Nov 2008 08:46:02 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;Unione Europea eserciti maggiori pressioni diplomatiche per garantire l&#8217;applicazione degli accordi di pace degli ultimi anni e invii &#8220;per un breve periodo&#8221; una forza militare in grado di assicurare l&#8217;apertura di &#8220;corridoi umanitari&#8221;: a chiederlo in un appello sul conflitto nell&#8217;est della Repubblica democratica del Congo è Africa Europe Faith &amp; Justice Network (Aefjn), una rete che riunisce più di 30.000 missionari in Africa ed Europa. Secondo Aefjn, ogni tentativo di stabilizzazione delle regioni orientali del Congo e in particolare della provincia del Nord Kivu &#8220;deve prendere in considerazione non solo le conseguenze ma anche le cause, cioè il mancato rispetto degli accordi di Nairobi e di Goma e la lotta per il controllo e lo sfruttamento delle risorse naturali della regione, il cui commercio garantisce i finanziamenti dei ribelli&#8221;. Le due intese di pace, sottoscritte nel dicembre 2006 dai capi di stato e di governo di 11 paesi della regione dei Grandi Laghi e nel gennaio scorso dal governo di Kinshasa e dai principali gruppi armati attivi nell&#8217;est del Congo, sono indicate dunque come il riferimento centrale per una soluzione del conflitto. Secondo Aefjn, l&#8217;Unione Europea e i singoli governi dei &#8216;Ventisette&#8217; devono premere sul Rwanda affinchè dal suo territorio non arrivi alcun tipo di sostegno ai guerriglieri del Consiglio nazionale per la difesa del popolo (Cndp); allo stesso tempo bisognerebbe però scongiurare ogni &#8220;complicità operativa&#8221; tra i comandi militari di Kinshasa e le Forze democratiche per la liberazione del Rwanda (Fdlr), un gruppo di opposizione (anche armata) in esilio che lotta contro il Cndp e che è considerato da Kigali una minaccia alla propria sicurezza nazionale.</p>
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