L’americano che dà la caccia ai diamanti sporchi di Mugabe

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Data: 14 settembre 2011
Categorie: In Evidenza, Risorse

Il traffico illegale dei diamanti ottenuti con lo sfruttamento e la violenza passa attraverso Zimbabwe, Costa d’Avorio e Venezuela e l’amministrazione Obama è impegnata ad aggredirlo con un’operazione su più fronti: dalle pressioni diplomatiche agli incontri con i venditori nei retrobottega del Distretto dei Diamanti di Manhattan. Al centro di quest’operazione c’è un ufficio ad hoc del Dipartimento di Stato guidato da Brad Brooks-Rubin, consigliere speciale di Hillary Clinton, impegnato in questi giorni a New York in un porta a porta con i venditori più importanti di preziosi.
«Non è un lavoro facile – ammette, quando lo incontriamo nella sede del Foreign Press Center – perché mentre l’industria ufficiale ha interesse a cooperare, in quanto un diamante senza ombre è più facile da vendere, c’è n’è invece un’altra che si muove nell’illegalità» e opera senza scrupoli. Per seguire le tracce dei «diamanti generati da conflitti» Brooks-Rubin ha a disposizione una task force di specialisti e investigatori che negli ultimi tempi si sta interessando soprattutto di Zimbabwe e in particolare del Marange, una regione orientale ai confini nel Mozambico «dove nel 2006 sono stati scoperti importanti giacimenti di diamanti» stravolgendo gli equilibri mondiali fra Paesi produttori. La particolarità del Marange è che «i diamanti si trovano anche in superficie, a volte letteralmente mischiati con la sabbia» e ciò ha portato a far arrivare circa 30 mila persone attirate dalla insolita facilità della corsa alle pietre più preziose del Pianeta.

«I problemi sono iniziati quando il governo dello Zimbabwe ha mandato le truppe, occupato l’area e si sono registrati morti, ferite, numerose gravi violenze» che in alcune occasioni avrebbero sconfinato nelle torture. La scelta dell’amministrazione Obama è stata di ricorrere al Processo di Kimberley, il foro internazionale creato da una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu del 2003 che impone ad ogni Paese membro di esportare diamanti grezzi solo in appositi contenitori accompagnati da dettagliati certificati di garanzia.

Lo Zimbabwe fa parte di questo foro ma per evadere le norme si è affidato a una contromossa: un accordo bilaterale con l’India che ha inviato nel Marange dei tagliatori di diamanti per operare in loco e dunque consentire di esportare diamanti già lavorati che, in quanto tali, non sono sottoposti alle «regole di Kimberley». «Adesso è tutto più difficile ammette l’inviato dell’amministrazione Obama – ma continuiamo a premere, assieme ad altri Paesi, per ottenere il ritiro delle truppe di Harare dalla regione dei giacimenti». Il regime di Robert Mugabe lavora in direzione opposta: ha siglato accordi con cinque grandi aziende produttrici di diamanti per gestire il 50 per cento delle estrazioni, costruito un aeroporto per facilitare i trasporti e rafforzato l’intesa con l’India per scongiurare ogni intrusione internazionale.

A complicare il braccio di ferro fra Washington e Harare c’è il fatto che entrambe sono in lizza per diventare nel 2012 presidenti di turno del Processo di Kimberley al momento guidato dalla Repubblica democratica del Congo. Lo scontro nasce dal fatto che hanno in mente progetti opposti. Quello della Casa Bianca è «rafforzare questa istituzione dandole una struttura vera, con un quartier generale e del personale dipendente per poter operare 365 giorni l’anno» sotto l’egida delle Nazioni Unite mentre Harare, sostenuta da altri Stati, vuole mantenere l’attuale situazione perché previene la possibilità di eseguire controlli più stretti. Mugabe non è solo perché «i diamanti frutto di violenze o che alimentano conflitti» per BrooksRubin provengono anche dal Venezuela di Hugo Chavez «nella misura di circa 25 mila carati l’anno» e dalla Costa d’Avorio «per un milione di carati l’anno» anche se lo Zimbabwe, grazie ai giacimenti alla frontiera con il Mozambico, «viaggia su grandezze ben superiori».

Nel tentativo di mettere alle strette Mugabe, Washington ha come alleato il Sudafrica di Jacob Zuma, ma il tentativo di concordare un «piano di 14 punti» per il Marange si è infranto sulla scelta di Harare di mantenere il controllo militare sui 30 mila cercatori d’oro che, secondo testimonianze locali, sarebbero vittime anche di stupri. D’altra parte le pressioni internazionali hanno dimostrato la loro validità nei confronti del Ghana, che in questa maniera è stato spinto a collaborare per limitare i traffici di diamanti sporchi provenienti dalle regioni settentrionali della Costa d’Avorio e anche la Repubblica democratica del Congo sta dimostrando maggiore collaborazione rispetto al passato. «Ma lo Zimbabwe è un caso unico, questa è una battaglia che si combatte anche a New York, Anversa o Tel Aviv – aggiunge Brooks-Rubin – dove si trovano i maggiori centri di commercio legale dei diamanti perché stiamo tentando di limitare il più possibile le attività di chi si muove nell’ombra con pietre di dubbia provenienza».

Un segnale positivo viene dalla decisione del Rapaport Diamond Report, che ogni settimana pubblica i prezzi di riferimento dei vari tipi di diamanti in commercio, di assegnare a ogni pietra anche un «valore etico» certificando dunque se si tratta di un «diamante insanguinato» o meno. «In ultima istanza a decidere l’esito di questa battaglia sarà il comportamento dei consumatori – termina Brooks-Rubin – perché nessuno vuole spendere cifre significative per poi avere un diamante insanguinato al dito«. A tal fine il Dipartimento di Stato vede con favore l’impegno delle industria del cinema di Hollywood: se nel 2006 fu Leonardo DiCaprio a portare sullo schermo Diamanti insanguinati innescando una forte sensibilizzazione di massa ora gli occhi sono puntati su altri attori, a cominciare da George Clooney che «negli ultimi mesi è andato a vedere le regioni orientali del Congo» e potrebbe avere qualche progetto all’orizzonte.

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