Il silenzio delle innocenti: lo stupro come arma di guerra

Stampa articolo Stampa articolo
Data: 25 marzo 2010
Categorie: I nostri articoli


di Oriana Riva

Le troppe storie di troppe Jean nella Repubblica Democratica del Congo.

“Molti uomini credono che lo stupro sia un atto sessuale, ma non lo è. E’ un trauma, e qui è utilizzato come atto di terrorismo “ sostiene il dottor Dr. Denis Mukwege in un’intervista di Nicolas D. Kristof pubblicata sul sito del New York Times[1].

Ci troviamo nel Sud Kivu, zona orientale della Repubblica Democratica del Congo, un paese in guerra ormai dal 1998, un paese sfruttato e consumato, un paese in cui non si combatte per faide etniche ma per un più subdolo controllo di ricchezze minerarie fantasma (oro, diamanti, rame, coltan, ecc..) di cui il paese è ricco. Ricco sì, ma delle conseguenze di un’assenza di controllo sociale e politico che possa in qualche modo gestire le risorse presenti.

Se per gli Assiri al padre della vergine stuprata era permesso di impadronirsi della moglie dello stupratore e violare lei a sua volta, durante le guerre le donne ridiventano i possessi disputati dagli uomini, i loro corpi tornano a essere una parte inevitabile dei campi di battaglia[2]. Lo stupro accompagna da sempre tutte le guerre. Dai tempi di Omero è considerato un diritto del vincitore, al pari del saccheggio[3].

Il problema è che certe brutalità non appartengono solo all’archivio della storia.

Una delle pazienti del dottor Dr. Mukwege  si chiama Jean, 19 anni, sta aspettando un’operazione all’ospedale di Panzi dopo ripetuti stupri di miliziani.

I genitori di Jean sono spariti nel conflitto quando lei aveva 14 anni quindi lei si è trasferita con suo zio.

Parlando dello stupro Jean riferisce “Mi hanno legato mani e piedi a dei pezzi di legno, mi hanno sdraiata e violentata e hanno incastrato un pezzo di legno dentro di me. Ho ancora le cicatrici”. Racconta Jean, con uno sguardo che passa in continuazione dai propri piedi al viso del giornalista, mostrando certo una difficoltà a condividere momenti di estremo dolore ma anche una forte volontà e un incredibile coraggio.

Rimase incinta nonostante le lesioni, ma il bacino era ancora troppo piccolo per avere il bambino, quindi un dottore, che i miliziani avevano rapito per curare i soldati, la operò senza anestesia usando un coltello grezzo per aprirla e rimuovere il bimbo morto.

Stavo perdendo la testa da quanto fosse forte il dolore, non sapevo dove fossi, ma avevano finito con me in quel momento e mi mollarono al bordo della strada”.

Il dottore la operò nove volte in tre anni per curare le fistole che causavano la perdita di urine e feci. Quando finalmente ci riuscì lei tornò al villaggio per vivere con la nonna ma tre giorni dopo il suo ritorno i miliziani attaccarono ancora una volta.

Mi violentarono e mi abbandonarono… tutte le suture si ruppero… rimasi sola per giorni nella foresta nuda e perdendo rifiuti”… alla fine riuscì a ritrovare la via per l’ospedale di Panzi.

Il dottore ha iniziato un secondo giro di interventi e non è ancora chiaro se Jean sarà mai continente.

Il dottore confessa: “Non ho più il coraggio di guardarla negli occhi… non cerchiamo solo una soluzione medica… lavoriamo qui da 10 anni oramai e abbiamo donne che tornano per la seconda volta. E’ come se non ci fosse fine.”

Molte donne qui hanno contratto la sifilide o l’AIDS oltre al trauma dello stupro di per sé. Il dottore prova in tutti i modi ad arginare le malattie e cercare di guarirle… fino alla volta successiva.

Se chiudi le fistole una sola volta la donna può urinare correttamente, ma quando torna la seconda volta con altri danni… ti chiedi cosa faccio io qui?

“I conflitti e le guerre – ha affermato mons. Théophile Kaboy, vescovo coadiutore di Goma nella Repubblica Democratica del Congo – hanno portato, specialmente in Congo, alla vittimizzazione e alla ‘cosificazione’ della donna. Su migliaia di donne sono state perpetrate, da tutti i gruppi armati, violenze sessuali di massa, come arma di guerra, in flagrante violazione delle disposizioni giuridiche internazionali”[4].

Solo nel Sud Kivu, da gennaio a settembre 2008, l’agenzia dell’Onu Unfpa ha censito 11.600 donne che hanno chiesto cure dopo la violenza carnale: per il 95% di loro, gli autori erano miliziani. Nel Nord Kivu si stimano 30 mila vittime di stupro dal 1998, ma quelle che tacciono per vergogna sarebbero molte di più[5].

In assenza di controllo sociale, che solo la pace può garantire, l’istinto predatorio e di sopraffazione sui più deboli si è manifestato in tutta la sua violenza: «Con i militari si può solo segnalare l’esercito di appartenenza» spiega Julienne Mushagaluja, avvocatessa del gruppo Afejuco a Bukavu. Nonostante l’Onu si sia decisa nel 2008 a inserire lo stupro di guerra tra i crimini contro l’umanità, perseguibile dai tribunali internazionali, è l’impunità che regna in un contesto come quello del Kivu.

“Il dramma di questi anni di guerra è la violenza dei soldati contro la popolazione, e in particolare contro le donne. Sono soprattutto uomini armati rwandesi che nei villaggi attorno alla città attaccano le case, rubano tutto il possibile, violentano le donne e ne conducono alcune in schiavitù nella foresta, a volte ne uccidono i mariti o li costringono a portare il loro bottino. Tutto questo viene fatto con terrificante disumanità, infrangendo tutto ciò che è sacro per questa gente” sostiene Suor Teresina Caffi, missionaria saveriana a Bukavu. Parla di umiliazione nel linguaggio, nei gesti, di atti che profanano tutto ciò che è sacro, come se volessero in ogni modo distruggere questo popolo[6]. E sono le donne a pagare un prezzo altissimo. La fine dell’era Mobutu non ha portato grandi cambiamenti se non quello di aver sviluppato in esse la determinazione ad andare avanti a ogni costo, la loro capacità di sopportazione e, forse, un maggior coraggio nel denunciare indicibili violenze.

Questa è una guerra che ha ormai perso la linea del fronte, in cui lo stupro è usato come arma da tutte le parti coinvolte: dalle milizie hutu della Fdlr, dalle fazioni ruandesi e dall’esercito congolese stesso. Si potrà mettere la parola fine a queste atrocità solo tramite un vigoroso sforzo internazionale.

La guerra è la somma di un grandissimo numero di tragedie individuali[7]… e in Congo ci sono ancora troppe Jean.


[1] http://video.nytimes.com/video/2010/02/06/opinion/1247466911324/a-doctor-and-his-patient.html?scp=1&sq=A%20Doctor%20and%20His%20Patient%20Dr.%20Denis%20Mukwege%20and%20his%20young%20patient%20try%20to%20assert%20humanity%20and%20dignity%20in%20war-torn%20eastern%20Congo.%20&st=cse

[2] B.A.Te Paske, Il rito dello stupro, Red Edizioni, 1987, p. 32

[3] S. Brownmiller, Against our will: Men Women and Rape, Bentam, New York, 1975, p. 8

[4] http://www.zenit.org/article-19872?l=italian

[5] http://www.corriere.it/esteri/09_febbraio_06/congo_stupro_strategia_di_guerra_0a571f3a-f458-11dd-952a-00144f02aabc.shtml

[6] http://www.missionline.org/index.php?l=it&art=347

[7] E. Doni, C. Valentini, L’arma dello stupro, La Luna editore, 1993

Tags: , , , ,

Commenti (5)

 

  1. [...] Il silenzio delle innocenti: lo stupro come arma di guerra (di Oriana Riva) – La migrazione dall’Africa all’Europa: sicurezza vs giustizia? (di [...]

  2. matete scrive:

    Salve, sono congoles ma mi chiedo se Jean è il nome ? perché Jean è un nome maschile.
    é veramente terribile quello ch succede nell’est del Congo, vi ringrazio di fatto che ne parlete

  3. oriana riva scrive:

    Ciao, io ho capito così dal video dell’intervista. Forse è l’abbreviazione di Jeanette.
    Ma può essere che abbia capito male.
    Grazie per aver letto l’articolo!
    Oriana

  4. giovanna scrive:

    sono stata due volte in nord kivu, nella zona di butembo..ce l’ho nel cuore e non vedo l’ora di tornare
    ma a cosa può servire una persona come me, senza alcuna specializzazione spendibile?
    vi ringrazio per quello che fate e vi mando un abbraccio giovanna

  5. Daria scrive:

    Ciao Giovanna, nemmeno io ho una specializzazione particolarmente spendibile, ma credo che aver visto, raccontare e fare la propria parte nel cambiare questo mondo sia importante. Io sono stata una sola volta (per ora!) in Congo ma non potrò mai dimenticare la gioia che le persone incontrate manifestano nel vivere la propria vita, il modo in cui lottano ogni giorno e le ingiustizie che subiscono.. Penso che sia un po’ quello che vivi anche tu: uniamoci per un mondo più giusto! Questa volontà sarà più che sufficiente! Un abbraccio, Daria

Lascia un commento